Alessandra Maiorino: da insegnante all’estero a Senatore della Repubblica Italiana

Era il 2015 e proprio in questo blog ospitammo un esempio eccellente di brain drain, il fenomeno sociale che vede l’Italia in prima fila nel novero dei paesi in cui le persone con particolari capacità sono costrette a trovare realizzazione all’estero.

L’esperienza di “Alessandra, giovane insegnante in fuga” trovò allora spazio in una ampia intervista. Oggi, Alessandra, o meglio il Senatore Alessandra Maiorino, è tornata in patria con tutti gli onori del caso. E’ una storia esemplare, da raccontare soprattutto perché in concomitanza con l’8 Marzo.

Prima insegnante di inglese al liceo in Germania, a Mönchengladbach, una grande città di 250 mila abitanti vicino Düsseldorf, poi in Qatar, Alessandra Maiorino vive una esperienza che è indubbiamente esemplare e, soprattutto, rappresentativa per la comunità. Tanto importante per la comunità che in Italia si candida per il Movimento 5 Stelle, a Fiumicino corre per il Senato. E viene eletta.

Lasciamo la parola a lei , con l’invito a leggere l’intervista del 2015, che – con gli occhi di oggi – fa davvero riflettere.

D: Senatore della Repubblica Italiana, è un titolo importante. Al di là delle denominazioni, il Movimento 5 Stelle ha un messaggio politico forte: i suoi rappresentanti sono innanzitutto cittadini, portavoce della collettività. E il caso di Alessandra Maiorino, donna, insegnante che trova realizzazione all’estero e riscatto in patria è esemplare nel suo essere, appunto, rappresentativo di un contesto generale.

R: Senatore, o senatrice, della Repubblica Italiana è davvero un titolo importante, quasi da far girare la testa. Quanto dici è assolutamente vero: nel M5S sono i cittadini che si fanno Stato a divenire deputati, senatori o consiglieri delle amministrazioni locali. Se ci si pensa, è un piccolo miracolo, che solo fino a pochi anni sembrava impossibile. Per questo è importante riflettere sull’uso delle parole.

Siamo “portavoce”, e non è una questione puramente formale, linguistica, ma sostanziale. Un eletto M5S si impegna a portare la voce dei cittadini attraverso l’applicazione del programma costruito in maniera collettiva e concordata, dal basso, dai cittadini per i cittadini. La libertà di coscienza resta, naturalmente, quello è un diritto inviolabile dell’individuo prima ancora di essere un diritto degli eletti, ma se si è in disaccordo con uno dei punti fondamentali del programma, si è fuori, e io non potrei essere più d’accordo.

Per quanto mi riguarda, rivestire questo ruolo è una gioia e un onore doppi. Proprio su
queste pagine avevo avuto occasione in passato di raccontare un pezzetto della mia storia personale e professionale. Nel 2015 deicisi di tornare in Germania per svolgere il mio lavoro di insegnante con maggiore dignità di quanto, allo stato delle cose, fosse possibile farlo in Italia.

Come sono tornata in Germania è una storia rocambolesca e al contempo significativa, ritengo. In quell’estate del 2015, infatti, una mia amica tedesca venne in Italia per trascorrere le vacanze. La incontrai e le feci la seguente proposta: ospitarmi a casa sua per un massimo di due settimane. Se in quello spazio di tempo avessi trovato casa e lavoro, sarei rimasta, altrimenti sarei tornata in Italia ad aspettare che nella casella di posta mi arrivasse una proposta di supplenza. 

Così partii, e tempo cinque giorni (dico cinque) avevo fatto due colloqui di successo con due scuole e potevo addirittura scegliere. Scelsi il Rheinkamp Gymansium di Moers, un ottimo “liceo” con forte enfasi sulle lingue straniere. Lì ho insegnato per un anno Inglese e Storia in Inglese (ciò che noi qui chiamiamo CLIL – Content and Language Integrated Learning -, e che sembra un miraggio irrealizzabile, lì è assolutamente la norma, e non solo ai livelli di istruzione più alta, ma anche negli istituti tecnici).
Dunque, per tornare a noi, avendo trovato un ottimo lavoro e una casa, sono rimasta in Germania, dove ho continuato ad insegnare fino al 30 gennaio scorso.
Io sono abituata a viaggiare e a vivere all’estero, è una cosa che amo e che ho fatto ogni volta che ho potuto. Ma non ti nego che questa volta l’ho vissuta in maniera diversa. Non è stata una scelta completamente libera. Lasciare il mio paese mi ha fatto male, lasciare l’attivismo nel M5S mi ha fatto ancora più male, perché ero e sono profondamene convinta che il M5S sia l’unica forza in grado di traghettare l’Italia fuori da questa palude entropica in cui è stata gettata da una politica egoista, elitaria, e sorda al grido di dolore dei cittadini – ma potrei dire dei popoli tutti.

Ho lasciato il mio paese per rabbia, per ribellione, per una forma di riscatto personale e professionale. Ma non ero felice in Germania. Amo la Germania e quello che può offrire in termini di rispetto dell’individuo, delle competenze, delle regole, ma non si può essere felici quando il tuo cuore è altrove.

Non ho mai perso il contatto con gli attivisti del M5S, ho naturalmente continuato a seguire gli sviluppi in Italia, partecipato alle votazioni e consultazioni online, cercato di dare il mio contributo come mi era possibile dall’estero. Per questo non potrò mai descrivere la gioia che ho provato quando ho visto sul sito del M5S che la mia candidatura alle Parlamentarie aveva raccolto un sostegno tale da consentirmi di essere tra i candidati al Senato. Il cuore mi è letteralmente saltato di gioia nel petto: la mia seconda famiglia, il M5S, mi richiamava in Italia. Non ci ho pensato un attimo, e sono corsa in Italia per partecipare alla campagna elettorale (un’esperienza entusiasmante di grande crescita personale e politica), grazie anche alla grande comprensione mostrata dal preside, che mi lasciò andare due giorni prima della scadenza naturale del contratto, e che ringrazio profondamente.

Sì, come scrivi tu, penso anche io che la mia storia sia in effetti fin qui rappresentativa di un riscatto cercato e dovuto a molti italiani. A questo proposito, vorrei raccontarti un piccolo aneddoto, se posso, legato all’inizio della mia carriera di insegnante in Germania, con la mia prima classe di studenti tutti tedeschi. A loro, uno dei primi giorni, per iniziare a conoscerci, rivolsi la classica domanda: sapete già cosa volete fare da grandi? Sai che tutti (erano 28) eccetto un paio di incerti, sapevano già esattamente cosa fare? Ricordo tutto perfettamente di quel giorno: chi voleva fare l’ingegnere informatico, chi la veterinaria, che la psicologa, chi l’avvocato. Ciò che mi colpì di più però, oltre a questa chiarezza di idee, fu il notare che nei loro occhi non vi era alcuna ombra di dubbio o paura: i ragazzi tedeschi sanno che se studiano, se si impegnano, se seguono il percorso previsto per quella determinata professione, loro quella professione la svolgeranno. Te lo ripeto: loro SANNO che svolgeranno la professione per cui si sono formati.

Sai perché questo episodio si è scolpito nella mia memoria? Perché piansi. Dovetti nascondere i miei occhi ai ragazzi perché, del tutto inaspettatamente, mi si strinse la gola e mi si inondarono gli occhi di lacrime. Mi erano venuti in mente i ragazzi italiani, quelli che ho conosciuto personalmente e i milioni che non ho conosciuto, perché a loro questo sacrosanto diritto di immaginare e programmare un futuro è stato vilmente strappato. Anzi, questo diritto è stato sostituito dalla paura, dal senso di incertezza, addirittura a volte ne ha preso il posto una sorta di rassegnazione. C’è davvero da piangere, se ci si pensa. Hanno condannato le forze migliori del paese alla resa o alla fuga. E’ inaccettabile, è una cosa che fa ribollire il sangue nelle vene.

Come ho già detto, andare all’estero a lavorare, a formarsi, a conoscere altre società e culture è un’esperienza splendida che anzi suggerisco a chiunque, giovane o meno giovane, di fare almeno una volta nella vita. Una volta lessi una definizione curiosa che però condivido in pieno: è un’esperienza che “disinfetta” la mente dal provincialismo e da quella vulgata pericolosissima secondo cui “tutto il mondo è paese”, non a caso ripetuta in genere da chi il paese non l’ha lasciato mai. Tuttavia, nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare il proprio paese per avere un futuro. Questo è un esilio, non una scelta, e gli esilii sono tristi.

Io sono tornata in Italia, ne sono felice all’inverosimile anche perché avrò l’opportunità di impegnarmi affinché tutti quegli italiani che se ne sono andati controvoglia possano tornare e avere un futuro migliore qui, e i nostri ragazzi possano vedere realizzati i loro sogni dove vogliono, anche a casa loro, se lo desiderano.

Ma sai, con una battuta, cosa mi fa sorrider di tutto questo? Che presto probabilmente, io che avevo dovuto lasciare l’Italia, siederò su uno “scranno” prima occupato da qualcuno che aveva contribuito a fare emigrare me e i nostri ragazzi, o non aveva saputo evitarlo. Questo pensiero mi provoca un’incontebibile ilarità!

Ecco perché la mia storia è rappresentativa del riscatto del paese.

 

-> Vai all’intervista del 2015

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