Quale educazione per questi figli?

Dopo una pausa di riflessione, il blog torna con l’interessante libro del Dott. Claudio Gerbino, psicologo e psicoterapeuta, direttore del Centro Koinè di Psicologia e Scienze dell’Educazione: “Quale educazione per questi figli? La psicopatologia nella famiglia e nella società”. I temi trattati nel libro sono estremamente attuali e oggetto anche di aspre polemiche: per chiarezza è importante precisare che questo è un libro di psicologia e di pedagogia, non di politica o sociologia, che tratta di aspetti clinici con un ben documentata visione psicopedagogica, scritto da un addetto ai lavori con esperienza quarantennale.

Una lettura illuminante, soprattutto a ridosso degli eventi connessi ai (mancati) respingimenti in mare e all’avvampare delle polemiche connesse, inevitabilmente condite da un linguaggio a dir poco colorito, se non proprio violento. Tanto che viene il dubbio che i gruppi sociali più prossimi e più importanti per l’individuo, famiglia, società, stiano scivolando verso un delirio collettivo difficilmente arginabile. Questo libro analizza, con dovizia di particolari, in modo asettico e sempre ben documentato da amplissime fonti bibliografiche gli aspetti psicopatologici di famiglia e società e l’effetto che questi hanno sulla educazione dei nostri figli.

Il motivo di questa lunga pausa di riflessione, circa tre settimane, è che stavolta il blog pubblica una recensione raccolta in modo particolare: usando i Social Network come piattaforma di lettura condivisa.

Il testo è molto ampio e parte dalla discussione sulla famiglia, attraverso una serie di episodi che mostrano l’effetto della cultura attuale sui nostri figli. A questo tema è dedicato primo capitolo che, attraverso l’esperienza clinica, si rivela importante fonte di riflessione. Nei capitoli successivi, mirati alla analisi dei modelli familiari, si discute del processo di trasformazione da figlio a genitore, padre e madre, che coinvolge gli adulti e che non sempre matura nella direzione di una piena consapevolezza.

I capitoli successivi si concentrano sui modelli educativi, collocati sia nel contesto dei sistemi sociali in generale che nella nostra società, specificamente. L’impatto prodotto dalla forte spinta al profitto che guida la nostra società, in particolare dall’assetto capitalistico così come interpretato oggi dai paesi avanzati (Stati Uniti in primis). La cultura del profitto ad ogni costo ha implicazioni ad ampio spettro, tra cui la trasformazione della scuola in azienda, con obiettivi da raggiungere e non con i nostri ragazzi al centro, produce effetti drammaticamente forti sulla nostra società, tanto da incidere nei comportamenti e sul benessere nostro e dei nostri figli, con effetti assimilabili alla vera e propria psicopatologia. Il libro si addentra con dovizia di particolari su quali e di che tipo sono questi effetti patologici.

Come è possibile rimediare? Il Dott. Gerbino, in un capitolo apposito, analizza espressamente il sistema di valori attuali, che deve recuperare innanzitutto la relazione con i nostri figli, il riconoscimento dei loro bisogni e il loro indirizzamento mediante un sistema, appunto, valoriale.

Dalla lettura condivisa sui social sono emersi spunti piuttosto interessanti, ad iniziare proprio dalla morte annunciata delle competenze. Anche il testo del Dott. Gerbino cita “La fine della competenza “ (Tom Nichols, Luiss press) con una analisi del termine “elitaristi”, oggi in voga negli USA. In Italia una sua declinazione è “buonisti”, usato dalle persone di basso reddito e/o bassa istruzione per indicare le persone istruite che non condividono le opinioni popolari, spesso prive di qualsiasi fondamento fattuale. Nel libro si analizza il perché la persona di bassa istruzione diventa ostile, principalmente a causa della differente posizione sociale che ha rispetto alle persone istruite (emblematicamente rappresentata dal tanto invidiato “Rolex”). Un fenomeno transnazionale che deve far riflettere e che, come prevedibile, ha suscitato polemiche interessanti anche nella lettura condivisa. L’idea che l’esperienza comune possa prevalere sullo studio approfondito è una trappola in cui cadono in molti.

Alla base di questo fenomeno sta il fatto che, per la grande massa, “uno vale uno”. E’ il fulcro del grande inganno della manipolazione in chiave populista: ci si rifiuta di riconoscere che un fatto è inesistente ed è meramente frutto della comunicazione elettorale, come l’inesistente  danno conseguente a vaccino o la presunta “invasione islamica”, accusando chi propone dati reali di “antidemocraticità”. Come se negando le false convinzioni si “annullasse la volontà del popolo”. Il circolo di “amici” dei social sa che la statistica e la matematica sono strumenti del mestiere di chi sta scrivendo. Eppure proprio lo scrivere sui social – da professionista quindi esperto del settore e con dati alla mano – che l’immigrazione non è un problema è un gesto vano. Anche il Dott. Gerbino si sofferma sul devastante impatto del crollo di fiducia nelle figure competenti. L’opinione del singolo, specie a mezzo social, è immune a qualsiasi analisi approfondita.

Nei capitoli dedicati alla famiglia si trovano elementi di riflessione a iosa, prendiamo ad esempio quello della discussione sui modelli deviati, come nel caso dei “trapper” di cui molti genitori si lamentano. La domanda chiave che il Dott. Claudio Gerbino pone è sul ruolo di esempio e sui modelli educativi che noi stessi genitori rappresentiamo. Come mai i nostri figli hanno bisogno si ascoltare il trapper di turno? Il nostro modello educativo fornisce una alternativa solida, cioè basata su educazione, cultura, accoglienza e tolleranza? O il nostro esempio è altrettanto sprezzante, violento e intollerante ? Per fugare ogni dubbio, basterebbe rileggere alcuni nostri post sui social network, il fenomeno ormai noto dell’odio in rete.
Il linguaggio usato da noi genitori, anche e soprattutto sui social, come già discusso nell’articolo su LidiMatematici sui risultati di una precedente ricerca del Dott. Gerbino è infarcito di odio e violenza ed è tipico dei pazienti affetti da gravi disturbi della personalità.

L’educazione dei nostri figli non è solo violenta a parole: quante volte leggiamo sui social “con due schiaffi risolvi tutto”, parlando di strumenti educativi. Una aberrazione che sta nuovamente prendendo piede nell’era di Facebook. Nel capitolo dedicato alla famiglia, il Dott. Gerbino espone e motiva un serio monito sugli aspetti psicopatologici di questo comportamento educativo, frequentemente associato a bassa istruzione.

Questi elementi guidano direttamente verso una inevitabile deriva populista in cui il sentire comune del popolo scivola verso assetti molto prossimi ai regimi del passato. Il testo analizza, con dovizia di fonti bibliografiche, le conclusioni degli studiosi dei totalitarismi, che individuano alcuni fattori chiave, comuni a tutte le dittature:
– leva sulla apatia politica della massa
– tendenza ad individuare L’”uomo forte”
– delega del potere a minoranze aggressive
– eliminazione della solidarietà sociale in favore dell’ “uomo forte “

Questi elementi ricordano molto da vicino la situazione in diversi paesi europei, Italia in prima fila, originati proprio da un assetto culturale ormai radicato nel singolo.

A questo proposito, il libro si sofferma sulle riflessioni di Adorno e sulla esperienza clinica dell’autore, in particolare sui tratti comuni della persona nostalgica e desiderosa dell’uomo forte. La analisi dello psicologo parla da sola: deficit del funzionamento adattivo, della percezione della realtà, distorsione cognitiva, mancata elaborazione delle emozioni, scarsa empatia, narcisismo, egocentrismo. Impossibile riassumere il contenuto di un capitolo molto denso, ma è piuttosto interessante il modo laconico in cui sono state recepite, nella lettura condivisa sui social, queste osservazioni. Pur essendo basate su dati clinici, supportate da evidenze sperimentali e corredate delle opportune fonti bibliografiche, sono state recepite sulla base di un pregiudizio espresso in modo piuttosto laconico : “zozzerie“.

Gli addetti ai lavori, studiosi della società e della persona, si interrogano sul perché la massa si lasci manipolare così facilmente e non riesca più a distinguere i contenuti reali dalle menzogne. La discussione sui social a proposito dei tratti salienti della “personalità fascista” è stata espressamente condotta citando Adorno, un gigante della filosofia. La platea social non ha battuto ciglio, come se fosse stato citato un autore qualsasi: una deriva impietosa della nostra società. La analisi del Dott. Gerbino mostra come questo comportamento sia il frutto di una manipolazione diretta a spingere al massimo le capacità di profitto dei sistemi produttivi moderni, basati sul “turbocapitalismo”, imperdibile a tale proposito il contributo nel testo da Moises Naim. Vi invitaimo a leggerlo.

La violenza verbale, la rabbia, l’odio (alimentati da una massa dal livello culturale basso e da un tasso di analfabetismo funzionale che sfiora il 50%), la percezione distorta  che imperversano nei nuovi media è frutto di un condizionamento latente e costante, che non solo subiamo, ma che si riflette inevitabilmente sull’educazione dei nostri figli. Con conseguenze disastrose. Un monito degli addetti ai lavori da non sottovalutare.

Ma come uscire da questo empasse culturale? A questo tema è dedicato il capitolo sul recupero dei valori. Attraverso un attento lavoro di riconoscimento dell’altro, in particolare dei bisogni educativi e di sviluppo dei nostri figli, in accordo con le fasi evoliutive della loro età, è possibile tornare ad un assetto in cui l’attenzione all’altro e il suo riconoscimento giocano un ruolo centrale.

Il Dott. Gerbino sottolinea che i modelli educativi sono la espressione del sistema sociale in cui gli individui sono collocati e quando questi si rivelano inadeguati è perché è il sistema sociale ad essere inadeguato rispetto al soddisfacimento dei bisogni umani. Un perfetto circolo vizioso che si autoalimenta: il modello educativo deriva dal sistema sociale, che pretende e impone un modello educativo funzionale al sistema stesso.

Di qui l’importanza, tra le altre cose, di un recupero della cultura umanistica, tale da “rimettere al passo” la visione eccessivamente tecnologizzata della nostra società, oggi rispondente solo ai bisogni indotti da essa stessa, con una corretta ricollocazione della persona al centro.

 

-> Vai al Centro Koinè

-> Vai alla recensione di Sono Figli Vostri, di C. Gerbino

-> Vai all’approfondimento sull’odio in rete (Osservatorio dei Diritti)

-> Vai agli approfondimenti sull’Analfabetismo Funzionale

-> Vai agli approfondimenti sulla ricerca IPSOS-Mori

-> Vai all’approfondimento su “The Death of Expertise”, di Tom Nichols

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Il Viaggio dei Dannati

Sono trascorsi esattamente ottant’anni dall’epopea del transatlantico Saint Louis. La storia, secondo Karl Marx, dovrebbe a ripetersi la prima volta in tragedia e la seconda in farsa. Ma quella della Sanit Louis è una storia drammaticamente attuale, che dimostra che, quando si ha a che fare con i respingimenti e con le vite umane, Marx sbagliava: la storia si ripete sempre in tragedia.

Il 13 maggio 1939 la Saint Louis salpava da Amburgo alla volta di Cuba, capitanata dal Comandante Gustav Schröder, con oltre novecento rifugiati ebrei tedeschi, in fuga dalla persecuzione nazista.

Il Comandante Schröder, anch’egli tedesco, non esitò minimamente a mettere a disposizione dei passeggeri tutte le strutture del transatlantico: dalla cucina alla piscina, al servizio di baby-sitting. Come tutte le tragedie della storia, la buona volontà di pochi non è mai sufficiente a fare da contraltare alla impietosa disposizione d’animo dei molti e, dopo un primo respingimento a Cuba, un secondo respingimento negli Stati Uniti, e un terzo respingimento in Canada, il Comandante Schröder non poté far altro che fare rotta di nuovo verso l’Europa, in condizioni drammatiche, proprio verso le fauci del lupo. Una serie di eventi drammatici che sono passati alla storia come “Il Viaggio dei Dannati” e che, nonostante siano stati ampiamente rappresentati e raccontati in film, opere teatrali e fiction per la TV, giacciono completamente dimenticati dai più.

Una storia mirabile di pietà, coraggio, disperazione e grande determinazione che, oggi, è ancora attuale per comprendere appieno cosa vuol dire respingere vite in fuga dal proprio paese, in mare, mettendole in pericolo e, in ogni caso, imponendo loro sofferenze inenarrabili.

Decisamente non bastò la Buona Volontà del Comandante Schröder – non dimentichiamolo, tedesco al comando di una nave tedesca – che fece di tutto per rendere non solo il viaggio sicuro, ma anche piacevole, garantendo l’uso di tutte le strutture della nave: piscina, concerti, sale da cena, persino coprendo il busto di Hitler con un panno. Tanto che testimonianze dei passeggeri riportavano il viaggio come una “vacanza in crociera verso la libertà”.

Peccato non avessero fatto i conti con l’incredibile cinismo umano: salpati il 13 maggio 1939, arrivarono a Cuba dopo due settimane. Ma fu loro negato l’attracco al porto di Havana, perché il governo cubano rifiutò di accogliere i rifugiati. Durante i cinque giorni di attesa in rada fu concesso lo sbarco di 28 passeggeri, di cui 27 in regola con visti e permessi più uno, che tentò il suicidio piuttosto che affrontare la prospettiva dei campi di concentramento in germania. Ebbe salva la vita perché fu sbarcato e ricoverato in ospedale alla Havana.

Incassato il drammatico diniego, con 907 rifugiati ancora a bordo, la Saint Louis fece rotta verso gli Stati Uniti. Ma, di nuovo, il segretario di stato Cordell Hull fece pressioni sull’allora presidente Roosevelt affinché i profughi ebrei fossero rigettati. Il Capitano Schröder tentò allora una manovra azzardata, muovendosi lunghe le coste della Florida per far sbarcare di volta in votla i profughi, ma i guardacoste americani impedirono questa manovra con pericolose tecniche di affiancamento in mare.

Fallito il tentativo negli Stati Uniti, una parte di elite intellettuale ed ecclesiastica Canadese tentò di persuadere ad accogliere i rifugiati l’allora Primo Ministro del Canada William Lyon Mackenzie King. Ma, di nuovo, la forte ostilità verso gli ebrei che dominava nel mondo vinse, grazie alla ottusa puntigliosità del direttore dell’Ufficio Immigrazione canadese Frederick Blair. Arrivata in Canada in soli due giorni di navigazione dagli Stati Uniti, il 9 giugno la nave Saint Louis dovette salpare di nuovo.

Ma un nuovo pericolo si profilava all’orizzonte: le condizioni a bordo. Ovviamente, dopo aver attraversato l’oceano atlantico e non aver potuto attraccare in alcun porto, le risorse e le condizioni igienico-sanitarie erano irrimediabilmente deteriorate. Tanto che tra le opzioni valutate dal Comandante Schröder c’era quella di provocare un incidente incagliando la nave per costringere ai soccorsi. Opzione ovviamente troppo pericolosa e, quindi, impraticabile: sta di fatto che la nave dovette affrontare, in condizioni davvero critiche, di nuovo il viaggio verso l’Europa, attraversando per la seconda volta in un mese l’Atlantico.

Dopo altre due settimane di navigazione arrivò ad Anversa, il 17 giugno 1939, dove grazie una lunga e complessa negoziazione i passeggeri vennero sbarcati a tranche e smistati rispettivamente in Inghilterra, Francia, Belgio e Olanda. Con la successiva occupazione nazista di questi ultimi tre paese, i profughi furono esposti nuovamente a rischio e, disgraziatamente, il nuovo – disperato – tentativo di emigrare fallì per molti di loro: i profughi che trovarono rifugio in Inghilterra furono più fortunati, ma dei 620 costretti a rientrare in Europa ne morirono 254.

Le scuse alla comunità ebraica, per la azione sconsideratamente ostile di Frederick Blair, responsabile dell’ufficio immigrazione canadese, sono arrivate solamente 61 anni dopo i fatti, nel 2000, dal nipote. Come sempre, solo il tempo rende giustizia agli orrori che, nel momento in cui accadono, passano semplicemente inosservati: nell’immediato dopoguerra, il Comandante Schröder fu insignito dell’Ordine al Merito tedesco e annoverato, nel 1993, tra i Giusti come Oskar Schindler, tra coloro che sanno riconoscere l’orrore quando sta accadendo.

E rinunciano a divenirne complici.

 

Immagini: Getty Images

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Reddito di Cittadinanza e Analfabetismo Funzionale, intervista a “IMPS – Redito di Citadinanza”

Sono passati ormai undici anni dallo studio Programme for International Student Assessment (PISA) della Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) del 2008 (oggi INVALSI), che sollevò un deciso allarme sulla capacità dello studente medio di usare la lingua italiana come mezzo attivo per orientarsi nella vita quotidiana.

Il compianto linguista Tullio De Mauro, a seguito di questa e di altre indagini, tracciò un quadro decisamente sconfortante:

un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile

E’ il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, che vede il nostro paese saldamente primo in classifica in europa, secondo lo Human Development Report delle Nazioni Unite, edito esattamente 10 anni fa: il 47% degli italiani è funzionalmente analfabeta.

Queste e altre indagini statistiche dimostrano che un italiano su due, pur sapendo leggere e scrivere presenta le stesse carenze funzionali di un analfabeta reale: vale a dire che non comprende un testo scritto anche in italiano non particolarmente forbito.

Cosa è accaduto nel frattempo? C’è stato il boom di Internet e la prepotente ascesa dei Social Network. Così nel 2013 Tullio De Mauro rilanciava il suo allarme sul rapporto tra italiani e lingua italiana:

  • il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioé non in grado di distinguere lettere e cifre.
  • il 38% degli italiani sa leggere, cioé riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura.
  • il 33% degli italiani che sa leggere con fluenza ha difficoltà di comprensione del testo

Ma chi è l’analfabeta funzionale? Secondo la ricerca Ipsos MORIPerceptions are not reality: things the world gets wrong” (condotta su su 14 paesi) è una persona che costruisce la propria percezione della realtà circostante in base alla riscontro immediato della sua esperienza personale, spesso distorta:

  • giovane (sotto i 35 anni)
  • bassa scolarizzazione
  • prevalentemente donna
  • leggera preponderanza al sud e nelle isole.

E sono proprio i Social Network a dimostrare il pericolo sociale del non saper distinguere le informazioni false da quelle reali. Così Tom Nichols nel suo libro “La conoscenza e i suoi nemici” (2017, Luiss University Press):

La gente non si rivolge a Internet per correggere le cattive informazioni in suo possesso (…) nessuno ha il tempo né la capacità cognitiva di risolvere tutte le evidenti sfumature e discrepanze con la ragione.

il passaggio in questione  cita un articolo del Washington Post del 2015 ed è sicuramente tranchant con quel nessuno, tuttavia è innegabile che il problema esista e che affligga soprattutto le fasce di popolazione culturalmente più arretrate.

Ancora, citando l’articolo “The Google Generation: The Information Behaviour of the Researcher of the Future” dello University College of London, a proposito degli utenti di internet:

“non leggono nel senso tradizionale; anzi vari indicatori segnalano l’emergere di nuove forme di ‘lettura’  in cui gli utenti ‘avanzano nella navigazione’ orizzontale (…) alla ricerca di risultati immediati. Sembra quasi che vadano online per evitare di leggere nel senso tradizionale”.

E, attenzione, il passaggio in questione si riferisce ad utenti non analfabeti funzionali, spesso studenti universitari. Figuriamoci cosa accade per l’utente medio italiano che rientra nella statistica IPSOS-Mori.

Un fenomeno transnazionale alla base della ascesa dei movimenti populisti in tutta Europa e, in particolare in Italia, smaccatamente rappresentato su Facebook dalla pagina satirica IMPS – Redito di Citadinanza.

Basterebbe un rapido sguardo sia al logo che alla descrizione della
pagina per rendersi conto dell’evidente intento satirico:

DOVE non POTETE E DOVETE CHIEDERE IL REDITO DI CITADINANZA

Problemi col redito di citadinanza? Con la sua richiesta? Sui requisiti per averlo? Sulla vostra capacità di comprensione del testo? Ci dispiace ma un po’ fa ridere.

Insomma, basta leggere. Basta, o meglio basterebbe, se poco meno della metà degli italiani non fosse funzionalmente analfabeta, con una incidenza ben superiore nelle fasce più deboli, come drammaticamente rappresentato nei post di IMPS – Redito di Citadinanza.

L’approccio satirico della pagina sembrerebbe a prima vista opinabile, ma ad una analisi più approfondita ne emerge il ritratto di un disagio sociale decisamente importante. Siamo entrati in contatto con la redazione della pagina e abbiamo deciso di intervistare gli autori, alias Simone Praga (operatore D) e Abdul Hassan Brambilla (operatore 2) .

D: Già in passato altri esperimenti sociali hanno dimostrato le difficoltà della grande
massa nell’intercettare l’intento satirico, come ad esempio per Martina dell’Ombra o la pagina web fake per richiedere il reddito di cittadinanza con elementi decisamente esilaranti. Come è nata l’idea della pagina IMPS- Redito di Citadinanza ?

Simone: Era qualche settimana che seguivo una pagina denominata “Assistenza Clienti”, dove avviene una cosa simile, ma principalmente nel settore telefonia, ed ero affascinato dai processi mentali degli utenti che li contattano per ricevere assistenza: loro necessitano assistenza, digitano assistenza clienti, trovano la pagina e gli scrivono, dando per scontato che la presunta assistenza sia rivolta a loro. Il fatto che non sia specificata la tipologia di clienti a cui sarebbe indirizzata, non li sfiora minimamente. Finché scoppia il caso delle risposte esasperate di qualche operatore Inps (con la n, quello vero). A quel punto senza pensarci ho creato la pagina inserendo senza neanche parlargliene, quelli che poi sarebbero diventato gli operatori Josef Whiteass e Abdul Hassan Brambilla. Josef si è occupato delle grafiche e mentre mi contestavano proprio la scelta del nome secondo loro “troppo storpiato perché qualcuno ci possa cascare”, è arrivato il primo messaggio dal Sig. Salvo, protagonista della prima storia pubblicata. Eravamo increduli.

Abdul Hassan: Sin da bambino mi sono sempre divertito a spiazzare le persone. “Ciao bel bambino, quanti anni hai?” “Novanta”; oppure entravo in edicola a chiedere il prosciutto cotto solo per vedere come reagiva la gente. Scherzi innocenti.
In un paese dove spingiamo le porte sui cui c’è scritto “tirare”, tra l’esplosione demografica degli analfabeti funzionali e il fatto che chiunque riesce -inspiegabilmente- a dire la sua sui social, una pagina del genere era necessaria!

D: e poi cosa è successo? Cosa avete pensato all’arrivo delle prime richieste di persone che realmente vi hanno scambiato per la pagina istituzionale dell’INPS?

Simone: Pensavamo sarebbe stato un fuoco di paglia, un passatempo in cui dar libero sfogo al nostro senso dello humor un po’ contorto che contraddistingue in particolare me e Brambilla sin da bambini. Abbiamo subito scritto ovunque che NON siamo l’Inps, di NON mandarci documenti, che NON diamo il RDC. La prima settinana arrivavano 2 o 3 richieste di Redito al giorno, alcune pubbliche. E, oltre ad aver le lacrime dal ridere, ci confrontavamo tra di noi, per l’assurdità delle conversazioni. Questi utenti chiedono assistenza e, o non leggono quello che gli viene detto di fare, o non lo capiscono ma non chiedono spiegazioni o eseguono senza riflettere. Un giorno è arrivata la notifica di una condivisione all’interno di un gruppo FB in cui si “confrontano” gli utenti riguardo a tutto ciò che riguarda il RDC, da parte di una nostra utente, la quale consigliava ironicamente di contattarci. Ci hanno assaltato.

Abdul Hassan: Qualcosa che supera le mie aspettative. Anche davanti a scherzi improbabilissimi, molti non capiscono e lo credono reale. Come credere che un novantenne possa dimostrare 5 anni!
E’ la nuova candid camera!

D: Diverse persone lasciano dati sensibili alla vostra pagina e rappresentano situazioni di deciso disagio. Come gestite queste situazioni, avete stabilito un codice interno di autoregolamentazione?

Simone: Non ne abbiamo neanche parlato, è stato automatico cancellarli prima di pubblicare qualsiasi cosa, insieme ai cognomi: non vogliamo svergognarli né dar la possibilità a qualcuno, con intenzioni diverse, di poter risalire alle persone con cui interagiamo. Ricordo una ragazza che ha mandato una serie di documenti di sua iniziativa, e mentre le dicevo di non farlo, lei neanche mi leggeva. Una signora di 60 anni, mi pare, voleva mandarmi dei documenti e le ho spiegato che non doveva mandarli a me come a nessun altro perché non può mai sapere chi ci sia dall’altra parte della tastiera. Così come ci rifiutiamo di portar avanti lo scherzo con persone diversamente abili o con situazioni di vita davvero problematiche, quando si palesano. Ricordo un 52enne il quale esordì raccontando di aver lavorato tutta la vita presso una ditta, fallita due anni prima ed era disperato avendo, oltretutto, moglie e 2 figli a carico. Gli ho spiegato immediatamente la differenza tra Inps e Imps suggerendogli di andare direttamente agli sportelli ufficiali. Ci vuole etica.

Abdul Hassan: E’ una pagina di scherzi, e come tale ne facciamo a chiunque. Questo però non significa fare sgambetti agli zoppi! Non c’è alcun regolamento interno, basta il buon senso. E’ successo diverse volte che poi indirizzassimo all’INPS o al caf, dove poter chiedere reale aiuto. Nei casi più gravi senza neppure scherzare prima. Siamo bastardi, mica stronzi!

D: Le storie che pubblicate dimostrano in modo lampante che non solo le fasce più deboli della popolazione, proprio quelle che necessitano del Reddito di Cittadinanza, non leggono e se leggono non comprendono, ma continuano a non comprendere anche di fronte alla spiegazione esplicita, o assecondano le richieste più assurde pur di vedersi riconosciuto l’assegno. La storia di Anna e del palindromo punitivo, Angela e il rito a base di salvia e rosario per la “ricarica” della tessera sono solo due esempi drammatici, per quanto esilaranti. Qual è la vostra opinione in merito e, soprattutto, il vostro intento?

Simone: L’idea è nata per via di un impulso del momento, senza pensarci troppo e pensavamo appunto sarebbe stata una cosa che sarebbe morta presto o comunque molto più sporadica, comunque a scopo ludico. Invece ora siamo coscienti di poter utilizzare la nostra satira per poter dare voce a una realtà che neanche noi pensavamo fosse così preponderante. Fino a ieri il termine Analfabeta Funzionale, per me, era la categoria di una minoranza di persone che ieri dichiaravano che l’Aids non esistesse, oggi che la terra e piatta.
Domani ci penserà l’Imps! A tutti diciamo, se non ci arrivano da soli, che noi siamo una pagina di scherzi. Magari, la volta successiva, raccoglieranno più informazioni prima di rendersi vulnerabili ad una qualsiasi truffa. L’ignoranza è una scelta, quasi sempre figlia della pigrizia. E poi rimane il motore di tutto: ridere!
Scherzare sulle proprie disgrazie, per esperienza personale, aiuta a ricollocarle e dar loro meno potere. E, diciamocelo: facciamo ridere un sacco di gente, spesso anche le “vittime” stesse!

Abdul Hassan: I miei nonni non hanno finito le elementari e parlano più dialetto che italiano. Ma ora come ora, tutti hanno la terza media. E’ la scuola dell’OBBLIGO. E c’è pure google.
Perciò il mio motto è quello del vero impiegato INPS che scrisse “Se si fa i selfie con le orecchie da coniglio può anche chiedere un pin”. Solo che tramite la pagina questo motto è espresso scherzosamente. Tipo con la battaglia navale!
Proprio grazie a questo, al fatto che alla fine sia tutto solo uno scherzo, abbiamo tra i fan alcuni di quelli che abbiamo preso in giro. Qualcuno ci odia, ma sai come si dice… “percula un sapiente e lo farai più sapiente; percula un ignorante e lo farai tuo nemico.”

-> Vai alla pagina Facebook IMPS – Redito di Citadinanza

-> Vai agli approfondimenti sull’Analfabetismo Funzionale

-> Vai agli approfondimenti sulla ricerca IPSOS-Mori

-> Vai all’approfondimento su “The Death of Expertise”, di Tom Nichols

-> Vai al rapporto delle Nazioni Unite

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La bufala della “Sostituzione Etnica”

Uno dei nodi centrali della comunicazione istituzionale, nonché della campagna di acquisizione dei consensi popolari, è la presunta sostituzione etnica, vale a dire il processo di “sorpasso” della quota parte di nuovi nati da genitori stranieri, in particolare immigrati, sul numero di nuovi nati italiani.

Gran parte della campagna elettorale è stata incentrata su questa presunta battaglia di sostituzione etnica che dovrebbe, nella narrazione di chi la propala, nel lungo periodo finire con la definitiva scomparsa degli italiani e lasciare l’italia interamente in mano agli immigrati.

Ovviamente si tratta di una bufala colossale e per comprendere quanto grave e in malafede sia posta, ci avvaliamo dei dati ufficiali di Istat, reperibili al link a fine articolo.

Nel resoconto “Natalità e Fecondità della popolazione Residente”, l’ISTAT fornisce una serie di indicazioni in forma di serie storica. Una serie storica è – lo ricordiamo – la rappresentazione di un dato numerico nell’arco del tempo, in questo caso espresso in anni.

Il dato che emerge negli ultimi dieci anni è sicuramente importante: il totale di nuovi nati scende da circa 576 mila a a poco più di 458 mila, una importante flessione di circa il 20%. Delle nascite totali, nel 2008 480 mila erano italiani con una flessione netta, raffrontati ai 350 mila del 2017, del 27%. Per i nati da coppie straniere avevamo 72 mila nati nel 2008 contro i 67 mila del 2017. Non è una sorpresa che il dato di trend di decrescita dei nati valga anche per gli stranieri, con una contrazione dell’8%.

Decrescono quindi i nati da cittadini italiani, così come anche quelli da cittadini stranieri. Il nodo chiave della narrazione populista, che vi sia un boom di nascite di stranieri, è quindi falso.

La tabella di sopra mostra chiaramente come, nel 2017, il 78,3% dei nati sia di coppie italiane ed il 18,9% sia straniero e che la tendenza di questi dati è assolutamente stabile, come vedremo a brevissimo.

Abbiamo spesso letto il termine esponenziale usato a sproposito. Questo caso non fa eccezione, la corretta approssimazione del tasso di crescita – o meglio decrescita – del rapporto tra nuovi nati da coppie italiane e straniere è, guarda caso, dato dalla funzione inversa della esponenziale: la logaritmica.

Come lecito attendersi, quando sia ha a che fare con bufale provenienti da narrazioni fatte ad arte, andando a riscontrare il fenomeno con il supporto di evidenze reali, si capisce che la realtà è diametralmente opposta. Il grafico seguente mostra l’incidenza percentuale sul totale dei parti per anno dei parti da coppie italiane e da coppie straniere.

La curva che approssima entrambe le serie storiche è la logaritmica che, al contrario della esponenzionale, anziché divergere come prevede l’esponenziale converge. Cosa significa? Significa che non ci sarà alcuna sostituzione etnica, e che nel futuro la proporzione di nati tra italiani e stranieri tenderà ad un rapporto 75% / 25%. Vale a dire che per ogni quattro nuovi nati, tre saranno italiani e uno straniero.

Ancor più fallace è il sottotesto che vuole che sia in corso una sostituzione di stampo “islamico”, sempre dai dati ISTAT, si evince che il primo paese per nascite da coppie straniere vede in prima posizione le coppie rumene, con un 3,2% dei nati totali, in seconda posizione marocchine, con uno striminzito 2% e, a seguire, albanesi e cinesi.

Questo il dato reale, ad avere il coraggio e la capacità di saperlo – e volerlo – leggere: si badi bene che la stima a tendere sulla distribuzione dei nuovi nati, per raggiungere l’equilibrio sarà necessario un numero considerevole di anni.

La percentuale di stranieri residenti in Italia è pari, sempre con i dati del 2017, all’8,5% contro il restante 91,5% di italiani, sotto la ipotesi di un abbattimento del numero di nascite per gli italiani del 2% annuo (in linea con il trend attuale) e solo lo 0,5% per gli stranieri (entrambe sono in flessione), considerando un tasso di mortalità trasversale che tocchi omogeneamenete entrambe i gruppi, pur mantenendo un rapporto di nascita di 3 italiani e 1 straniero, saranno necessari almeno cento anni per arrivare ad una incidenza di stranieri pari a poco più del 10%. Il grafico seguente ne mostra, appunto, l’andamento.

Insomma l’Italia è e restera agli italiani per almeno un secolo.

Nonostante le bufale.

-> Vai a dati ISTAT

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Un cluster fatto in casa

E’ passato un poco di tempo dall’ultimo post, ma qui di casa in LidiMatematici abbiamo tentato un esperimento piuttosto ardito: realizzare un cluster basato sulla tecnologia pubblicata da Google. Abbiamo voluto provare a realizzare da zero un cluster Big Data, con l’intento di verificare se le promesse del paper di Google sono reali: è possibile costruire un server in cluster, usando componenti tecnologici di basso costo e tutta tecnologia open source?

La risposta è stata un sorprendente si, spendendo pure poco. Molto poco.

Per realizzare un cluster occorrono almeno tre computer: un master e due nodi, abbiamo quindi dovuto scegliere componenti che non costassero una fortuna, e la migliore opzione allo scopo è il Raspberry PI. Ecco la lista dei materiali:

– 3 raspberry PI Model 3
– tre schede SD, una da 128GB e du da 64GB
– tre alimentatori micro USB da almeno 2 ampere
– un network switch
– tre cavi di rete
– supporto in acrilico per cluster

Per un costo totale di poco inferiore ai 180€ abbiamo quindi reperito tutto il materiale occorrente. Questo è, ovviamente, solo l’inizio perché – assemblaggio a parte – la configurazione di un cluster hadoop da zero, su macchine relativamente risicate, non è stata proprio una passeggiata.

Che, poi, risicate si fa per dire, perché ogni Raspberry ha un processore da 1.3 Ghz su quattro core e 1Gb di RAM. Alla fine, il cluster complessivamente ha a disposizione 256GB di storage su disco SD, 3Gb di RAM e 12 core, non proprio minimali.

La configurazione di un giocattolino del genere, dicevamo, non è semplice. Tuttavia con un poco di accortezza siamo riusciti ad inserire diversi elementi dello stack Hadoop:
– Hue (il corrispettivo di Ambari)
– Hive
– MapReduce
– Sqoop
– Spark
– HBASE
– Yarn
– HDFS

A corredo, abbiamo installato l’immancabile MySQL e MongoDB, nonché Scala. E scusate se è poco.

Questo post non ha chiaramente le intenzioni di essere una guida, perché il processo è piuttosto articolato e descriverlo sarebbe al di fuori delle finalità di questo blog, ma una panoramica sui risultati ottenuti merita decisamente.

Il cluster è stato realizzato su tre nodi, sul nodo master – dotato di scheda SD da 128Gb, gira tutta l’infrastruttura di controllo, nonché i processi principali dello stack hadoop (HDFS e Yarn). I dati sono ospitati invece nei due nodi worker.

Spark gira invece su tutti e tre i nodi, come da manuale, ed è in grado di parallelizzare i processi usando tutta la potenza di calcolo (si fa per dire) del cluster di raspberry PI, beneficiando di 12 core e 3 GB di RAM.

Il carico computazionale si è rivelato eccessivo per il nodo master, per cui è stato necessario spostare Hue, la componente di gestione web di livello più alto, cioé più prossimo all’utente finale, sul nodo 1, operazione che si è rivelata un filo più complessa del previsto, ma che – al netto di alcune configurazioni – ha dato buoni risultati.

A titolo di esempio abbiamo immaginato una applicazione aeronautica, per cui i dati della localizzazione GPS dei velivoli vengono trasferiti su cluster e qui elaborati. Una volta scaricata la traccia GPS in formato XML, questa è stata importata in Mysql, con un processo di caricamento ordinario. Da qui, è stata trasferita su HDFS mediante Sqoop, creando tabelle interrogabili con Hive. Il monitoraggio del processo di caricamento è stato eseguito mediante Yarn.

Non si può certo dire che tutto il giro sia stato veloce, data l’esiguità delle risorse hardware, tuttavia l’architettura ha funzionato senza incertezze, dimostrando – se mai ce ne fosse stato il bisogno – che oggi è possibile realizzare una soluzione completa di Big Data mediante open source e hardware di costo contenuto.

Esattamente quanto promesso da Google.

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