Più leggera non basta

Dopo i recenti fatti di cronaca, è quanto mai di attualità il tema del rapporto tra i giovani e le sostanze psicotrope. Ad aggravare il quadro attuale, il fatto che nel panorama editoriale le opinioni si contrappongono più in termini di fazioni che di punti di vista informati, basati su dati reali.

A fare un poco di luce interviene il saggio del Dott. Claudio Gerbino, psicologo, psicoterapeuta e psicopedacogista, direttore di KOINE’ – Centro Interdisciplinare di Psicologia e Scienze dell’Educazione, editore con all’attivo una collana di oltre 40 pubblicazioni volte sia agli addetti ai lavori che dal taglio più divulgativo.

Il suo ultimo volume Non è così leggera come si crede! – Cannabis: le ricerche e le testimonianze, è una rara pubblicazione in forma di libro che raccoglie i contributi di numerosi  articoli scientifici, rendendoli fruibili al pubblico pur non rinunciando a presentare dati, cifre e testimonianze a supporto.

Lungi dal far parte di una crociata proibizionista, è un contributo effettivo al dibattito con risultati che, certamente, non possono essere ignorati tanto dagli addetti ai lavori insegnanti, psicologi, medici, psichiatri e più in generale persone che si occupano a vario titolo di educazione, che dalla vastissima platea di genitori che si trova, ogni giorno, a fare i conti con la diffusione e l’uso emergente e sempre più pervasivo delle sostanze psicotrope.

Le ricerche riportate nel libro dimostrano, attraverso le tecniche di diagnosi basata su imaging (TAC e RMN), che l’effetto in adolescenza dell’uso di queste sostanze produce modificazioni nella struttura cerebrale. Queste modifiche strutturali si rilevano chiaramente in psicologia clinica manifestandosi come disturbi psichici che altrimenti sarebbero rimasti latenti. La questione più spinosa affrontata da questo libro è la personalità dipendente (in generale, non limitatamente dalle sostanze psicotrope) e le strategie che questa usa per difendere o nascondere il proprio uso di cannabis. Informazioni preziose proprio per noi genitori e per i professionisti dell’educazione, confermate dalle testimonianze riportate nello stesso libro.

Iniziamo dai dati reali: la relazione del Parlamento datata 2017 sull’uso delle sostanze psicotrope riporta una incidenza dell’uso di cannabis per il 90% delle sostanze illegali, proporzioni analoghe si riscontrano nei sequestri e nelle sanzioni per detenzioni per uso personale, con trend in aumento.

In questo quadro di utilizzo della cannabis pervasivo ed in aumento rispetto agli anni precedenti, dalla ricerca internazionale emerge un ritratto a tinte fosche, troppo lungo e complesso da riassumere in questo articolo. Il libro entra nel dettaglio di queste ricerche, con risultati che dovrebbero far riflettere: l’uso anche sporadico di sostanze psicotrope produce effetti collaterali in termini fisiologici e, quindi, psicologici (ansia, panico, sintomi psicotici). Disgraziatamente, è dimostrata anche una correlazione importante tra gli incidenti stradali e l’uso, anche pregresso e occasionale, di cannabis.

A destare maggior preoccupazione è il fatto che questi sintomi sono pervasivi e prolungati nel tempo, come dimostrato ampiamente dai dati clinici riportati nel testo. Di nuovo, ne incoraggiamo la lettura perché entra nel dettaglio nel processo fisico e chimico
di assorbimento del THC, che si deposita direttamente nel cervello per poi permeare il grasso corporeo, privilegiando ovviamente alcune sedi. Di fatto va ad installarsi nel nostro organismo e continua a produrre i suoi effetti anche a mesi di distanza. Nell’immagina a destra, estratta tra le fonti citate in bibliografia nel testo, sono evidenziate in giallo le aree che presentano le anomalie più signicative nel cervello di un fumatore cronico di marijuana (Ashtari 2009).

Sotto il profilo clinico psicologico, cui è dedicata una ampia sezione del libro decisamente illuminante, la personalità dipendente, e tra queste quella predisposta alla dipendenza da sostanze psicotrope, ha un tratto distintivo: la mancanza dell’adulto di riferimento durante l’infanzia.

Una intera sezione del libro entra nel dettaglio dei meccanismi di difesa messi in atto dalla personalità dipendente. Uno strumento prezioso per genitori ed educatori per riconoscere i segnali da parte del ragazzo o della ragazza. Alla base di questi, spesso usati in combinazione, una radice comune: la angoscia per il mancato soddisfacimento di un bisogno. E’ importante sottolineare che la “personalità dipendente” non lo è specificamente per sostanze psicotrope, ma in generale è caratterizzata da una autonomia insufficiente. Persone fragili, che non riuscendo ad affrontare in autonomia il problema del mancato riconsocimento dei propri bisogni alla radice, anestetizzano il proprio vissuto ricorrendo a strategie di vario genere, tra cui le sostanze psicotrope.

Questa sezione del libro è a tutti gli effetti consultabile come un manuale cui fare riferimento per comprendere meglio le dinamiche dei nostri ragazzi e ragazze. Una chiave di lettura importante per interpretare il loro vissuto attraverso le azioni che intraprendono e le relative modalità: il ragazzo nega o si rifiuta di parlare? Sono strategie di difesa (negazione e evitamento). La ragazza ripete sempre gli stessi gesti ? Anche questo comportamento è assimilabile ad una strategia di difesa, anche se con i dovuti distinguo ben discussi nel testo (coazione a ripetere). Dalla regressione alla dimenticanza, passando per la proiezione e la negazione, il libro elenca, discutendone gli aspetti e i tratti caratteristici, ben 12 meccanismi di difesa.

Leggendo il libro si comprende come non sia certo sufficiente ridenominare alcune sostanze psicotrope come  “droghe leggere” e che, anzi, questa scelta  sia in realtà molto probabilmente frutto di un mix dei meccanismi di difesa di intellettualizzazione e razionalizzazione, ben discussi nel testo.

La sezione del libro dedicata ai probelmi cognitivi, rilevati attraverso una batteria di test comprendenti Bender, IST-2000 e due questionari. Le conclusioni tratte dal Dott. Gerbino non lasciano adito ad interpretazioni: somministrando test e questionari a gruppi di studenti che fanno uso di cannabis e ad altri che non ne fanno uso, emerge un chiaro deficit cognitivo dei primi. Il libro riporta casistiche di test (Bender) ampiamente commentate.

A rincarare la dose una sezione che mostra, con tanto di tracciati elettroencefalografici, un chiaro impatto negativo sulle funzionalità celebrali. Questi effetti negativi includono depersonalizzazione/derealizzazione, ovvero l’incapacità di comprendere se il vissuto attuale è sogno o realtà, collocando il vissuto in uno stato assimilabile alla trance, chiaramente non permamente ma ad intermittenza.

Tutte le conclusioni esposte nel libro sono corredate di esempi di casi clinici, in una sezione curata dalla Dott.ssa Clementina Petrocco.

Un libro da leggere e consultare nelle sezioni opportune alla bisogna. Concludiamo infatti con quella che è invece la prefazione del testo: è importante approcciare questo libro con il dovuto distacco, come chiarisce lo stesso Dott. Gerbino nelle prime righe, il tema è affrontato in modo meramente scientifico, a prescindere dalle questioni politiche e sociali impattate. Queste sono, chiaramente, al di là dell’ambito e dell’intento della pubblicazione, e vanno affrontate in una ottica di più ampio respiro.

 

-> Vai al sito di KOINE’

-> Vai al rapporto Cannabis e danni alla Salute (Pres. Consiglio dei Ministri)

 

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Quando il patto narrativo è di massa

Cari lettori, LidiMatematici riprende dopo una lunga pausa di riflessione, necessaria per trovare nuovo assetto e risolvere le inevitabili incombenze della vita. Ma eccoci di nuovo qua: è stato un periodo estremamente complesso in cui la politica e il sociale si sono incontrati in modo piuttosto burrascoso, ma dominato da una importante novità: la adesione ad un patto narrativo di massa, ad una narrazione che seppur scollata dal reale ha riscosso un successo notevole, putroppo non sempre con effetti positivi.

E quale migliore occasione del Natale per ricordare la pervasività e la potenza dei patti narrativi, quando ad essi aderisce una massa di persone tale da raggiungere livelli nazionali, internazionali e planetari.

Il Natale è uno di questi, ad iniziare dalla figura di Babbo Natale che emerge in realtà dopo la seconda guerra mondiale, pur facendo riferimento alla figura storica di San Nicola, vissuto in Grecia nel III secolo. L’immagine colelttiva di questo Santo, grazie all’Editto di Costantino del del secolo successivo è sopravvisuta fino ad oggi, attraverso un processo di radicizzazione culturale che è passato per il nord europa nella figura di Sinterklass. Fa pensare che la figura moderna di Babbo Natale la dobbiamo in realtà alla Coca-Cola, poco prima della grande recessione degli anni venti del secolo scorso. L’omone rubicondo con barba e cappello rosso che oggi apprezziamo è apparso per la prima volta in una campagna pubblicitaria martellante, nel giornale The Saturday Evening Post.

Anche l’immagine di Babbo Natale con i sacchi di doni è una invenzione della Coca-Cola, che sopravvive fino ad oggi. Una immagine tanto potente che persino il NORAD, il comando di difesa americano vi aderisce con una storiella davvero bella: era il Natale del 1955, quando la Sears Roebuck & Co di Colorado Springs stampò il numero di telefono sbagliato sui volantini di una campagna pubblicitaria che invitava i bambini a chiamare per chiedere dove fosse Babbo Natale.

Il destino vuole che quel numero fosse quello del Colonnello Harry Shoup comandante in capo del comando militare di sorveglianza aerea radar, oggi NORAD. Impossibile dire ad un bambino che ha sbagliato numero e così, da allora, il NORAD ha messo in piedi un intero ufficio dedicato al tracciamento radar di Babbo Natale, accessibile via web al sito noradsanta.com. Uno sforzo titanico che, ancora oggi a quasi 60 anni di distanza, colleziona contatti a milioni da tutto il mondo. Vale la pena farci una capatina.

Grande protagonista del patto narrativo di massa di ogni fine anno è, ovviamente, l’oroscopo. Ancora oggi le previsioni astrologiche riscuotono un successo planetario, a dispetto del fatto che non abbiano alcuna rilevanza dal punto di vista scientifico. Non solo perché, banalmente, non esiste alcuna prova che le stelle influenzino destini e comportamenti, ma proprio perché la mappa astrologica è completamente sbagliata, cioè sono sbagliate sia le costellazioni che le loro posizioni.

Le costellazioni non sono mai state dodici, ma tredici. La grande assente è la costellazione di Ofiuco, tra lo Scorpione ed il Sagittario. La zona di queste tre costellazioni si osserva in estate, o al mattino presto in questi giorni.

I segni convenzionalmente usati in astrologia sono dodici e frutto di una divisione arbitraria del circolo dell’eclittica in dodici sezioni di 30 gradi di angolo l’una. Ma la posizione delle costellazioni all’interno di questa divisione arbitraria è piuttosto variegata, ad esempio lo Scorpione occupa l’eclittica per una porzione pari ad un terzo di quella dei Pesci.

A tutto questo si aggiunge l’effetto della precessione degli equinozi che ha provocato lo spostamento dei segni di oltre trenta gradi, con l’effetto che i segni zodiacali oggi usati nei responsi astrologici sono spostati praticamente di una costellazione indietro, quindi Acquario con Pesci, Ariete con Toro e così via.

A dispetto di tutto ciò, il patto narrativo di massa resiste. Ci si dovrebbe chiedere il perché, ed in effetti esiste una scienza che non solo se lo chiede, ma da pure una serie di risposte che meriterebbero un interesse maggiore. Questa scienza è la sociologia.

Ma ne parleremo un’altra volta. A tutti, un caro augurio di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

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Squadrismo 2.0

Sono passati esattamente cento anni, era il 1919, dalla formazione delle squadre d’azione, gruppi organizzati, armati, che avevano come obiettivo principale la repressione, verbale e fisica, degli avversari politici. Le squadre d’azione, poi assorbite dal fascismo sotto il generico nome di camicie nere, si formavano su base del tutto spontanea e volontaria ed erano caratterizzate da una azione politica, si fa per dire, fortemente orientata alla estrema destra.

Le dinamiche dello squadrismo, alla luce dei fatti di oggi, meritano una certa attenzione: ad iniziare dal fatto che le azioni, spesso violente, venivano mascherate e giustificate da uno spirito goliardico ma, soprattutto, trovavano consenso ed incoraggiamento nella borghesia conservatrice e razionaria dell’epoca.

Il resto è storia: nella primavera del 1919 Mussolini fondò i Fasci Italiani di Combattimento, in cui confluirono più o meno spontaneamente le squadre autoorganizzate. Fu un punto di svolta per la azione politica fascista: rapidamente infatti, già nel 1920 le azioni squadriste si rivolgevano indiscrimatamente verso persone o azioni che venivano arbitrariamente classificate come “bolsceviche” dagli stessi squadristi e dagli strati della borghesia reazionaria che ne incoraggiava le azioni.

E’ importante ricordare che la prima azione squadrista significativa colpì la libera stampa, con l’assalto alla redazione dell’Avanti!, giornale socialista, nell’aprile del 1919.

Sappiamo come sono andate le cose negli ultimi cento anni, ed è curioso lo schema che si ripete con la strategia comunicativa della Lega. Le convergenze con la propaganda fascista sono evidenti, ad iniziare dagli ovvi slogan boia chi molla e vincere!

Interessante anche la convergenza che vede la Lega come  espressione di “tutti” gli italiani, nonostante alle ultime elezioni si attesti su un 16%. Così Mussolini al Palazzo Municipale di Vercelli nel 1925:

Il Fascismo è tutto il popolo italiano

Le convergenze sono molteplici e frutto di una strategia comunicativa ben precisa. Così Mussolini per il terzo anniversario della marcia su Roma, sempre nel 1925:

Signori! Questo regime non può essere rovesciato che dalla forza. Coloro che credono di poterci sbancare con le piccole congiure di corridoio, o con dei fiumi di inchiostro più o meno sudicio, costoro si disingannino: i Ministeri passano, ma un regime nato da una rivoluzione stronca tutti i tentativi di controrivoluzione e realizza tutte le sue conquiste. 

Per costruire una risposta popolare, caratterizzata da un atteggiamento apertamente squadrista, ma online, è stato necessario fabbricareuna serie di calcolatissime fake news, bufale, riportate a pappagallo dalla base dei seguaci leghisti. Pochi cardini ma molto chiari: dal costo delle pensioni agli immigrati dovuta ai ricongiungimenti a mille altre, tutte caratterizzate dal dire alla base ciò che vuole sentirsi dire. Gli articoli su la Bestia, ovvero la fabbrica di propaganda digitale utilizzata dall’ufficio stampa della Lega è stata oggetto di attenzione della stampa italiana.

Il risultato netto di questa propaganda con incitazione all’odio è stata la diffusione di un gergo ed una approccio comunicativo della grande massa pienamente sovrapponibile al fascismo: i buonisti allora si chiamavano pietisti, ieri come oggi si addita l’avversario politico come nemico del popolo, si attacca sistematicamente la separazione dei poteri, si fabbricano e diffondono slogan propagandistici come “portali a casa tua”, “è il popolo che me lo chiede”, “chi aiuta gli immigrati è nemico del popolo”, si rricorre alla piazza per bypassare il processo di acquisizione del potere.

Il fatto più singolare è che l’odio in rete è innanzitutto un reato. Eppure l’Italia è l’unico paese del blocco degli industrializzati che ha avuto un ministro dell’interno ad incitarlo apertamente sulla propria pagina. E il popolo risponde: sarebe impossibile fare un elenco della serie di fatti che poi hanno portato a denunce penali, di questi vale la pena ricordare il primo: l’odontotecnico che twittò “tagliamo la gola a Saviano e la Boldrini”. Oggi è nei guai.

La retorica di stampo nostalgico, basata su un vago concetti di onore dell’ex minsitero degli interni ha attecchito sulla pancia del paese, ma funziona solo con le sacche meno istruite: studi recenti hanno mostrato come il titolo di studio medio dell’elettorato della Lega sia una mera terza media. Viene da chiedersi quale onore può avere una persona che ha causato il richiamo da parte dell’ONU in tema di diritti umani: era il 19 ottobre 2018.

Non manca, ovviamente, la risposta della società civile, ad iniziare da Famiglia Cristiana che ha più volte messo in risalto l’orribile uso della propaganda da parte dell’ultimo governo. Senza mezzi termini, messa in relazione con la propaganda nazista di Goebbels. Un continuo incitamento all’odio come nel vergognoso esempio dei terremotati di amatrice: da un lato non si è agito per loro e dall’altro sono stati messi in contrapposizione con i migranti. Come se i due processi di sostegno fossero mutuamente esclusivi.

Il risultato netto è che nei 14 mesi del governo precedente abbiamo avuto un preoccupante aumento dell’odio razziale in tutto il paese, indotto una sofferenza inutile a centinaia di persone che sono state costrette a condizioni disumane in mare, un continuo attacco al diritto costituzionale, una violazione sistematica dei diritti umani.

Per meglio comprendere il fenomeno, è utile andarsi a leggere le pubblicazioni dell’Osservatorio VOX sull’Hate Speech, ovvero sull’odio in rete. Come possiamo riconoscere un post di odio? Secondo il lavoro
Hate Speech Annotation: Analysis of an Italian Twitter Corpus, dell’Università di Torino, le dimensioni sono quattro, eccole, con relativi esempi:

  • Aggressività: nuova invasione di migranti in Europa (debole) / Cacciamo i rom dall’Italia (forte)
  • Offesa: I migranti sanno solo ostentare l’ozio (debole) / Zingari di merda (forte)
  • Ironia: ora tutti questi falsi profughi li mandiamo a casa di Renzi ??!
  • Sterotipazione: Roma in bancarotta ma regala 12 milioni ai rom

Applicando questo metro di classificazione, lo stesso osservatorio ha pubblicato sei Mappe dell’Intolleranza,  che vale la pena andare a consultare. I temi, guarda caso, sono proprio quelli che vengono incoraggiati dalla propaganda online: xenofobia, misogini, equaizione musulmano = terrorista, antisemitismo, omofobia e intolleranza verso i disabili.

Dovrebbe far riflettere?
Dovrebbe.

-> Vai all’osservatorio VOX 

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Cara Italia: italiani e stranieri uniti per la consapevolezza dell’odio razziale.

L’escalation di violenza in rete degli ultimi mesi è innegabile. Giusto un anno fa abbiamo pubblicato il lavoro dell’Osservatorio dei Diritti Vox, che tracciava un quadro allarmante dell’odio in rete nella sua terza edizione della Mappa dell’Intolleranza.

La sintesi del curatore dello studio non lasciava dubbi:

“Nell’anno 3 della rilevazione, che ha esaminato il periodo tra maggio e novembre 2017 e marzo – maggio 2018, risultano evidenti alcune importanti variazioni rispetto agli anni passati. Una su tutte. Sommando i cluster che si riferiscono a xenofobia, islamofobia e antisemitismo, predittivi quindi di atteggiamenti di forte intolleranza contro migranti e persone considerate “aliene”, la percentuale dei tweet dell’odio si attesta al 32,45% del totale nel 2017 e sale al 36,93% nel 2018: un balzo di 4 punti in pochi mesi!”

Lo stesso lavoro, rinnovato per il 2019, mostra essenzialmente un quadro addirittura in netto peggioramento, illuminante nel merito la sintesi in Twittare l’Odio, di Vittorio Lingiardi:

“L’insulto (di solito verso donne, omosessuali, disabili, immigrati, ebrei, islamici) passa quasi sempre per la disumanizzazione e l’umiliazione del corpo. Ricordiamo quanto scriveva Cesare Pavese: “si odiano gli altri perché si odia se stessi”. Il tweet che crede di essere furbo o divertente, mentre è solo una vigliaccata virtuale, diventa una sorta di difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. Tecnicamente è proprio fare i bulli, cioè comportarsi in modo prepotente con qualcuno che è percepito come debole e diverso, e così sentirsi e farsi percepire dal branco come i più forti. Non dimentichiamo che per il twittatore bullo, la comunità online può essere una specie di branco.”

E’ indubbio che la rete sia un mezzo che gioca un ruolo cruciale nella diffusione dell’odio, qualsiasi sia la minoranza donne, omosessuali, immigrati, disabili, ciclisti o vegani ce n’è per tutti. Gli ultimi fatti, da Carola Rackete allo spacciatore che inventa una aggressione inesistente di immigrati, parlano assolutamente chiaro in merito alla assoluta necessità di un recupero di impegno nel combattere i fenomeni dell’intolleranza, soprattuto su base razziale.

In questo contesto si colloca l’inizativa del movimento Cara Italia, di Stephen Ogongo, giornalista e caporedattore di diverse testate onlilne e non afferenti al gruppo “Stranieri in Italia” che vede italiani e stranieri lavorare assieme per creare consapevolezza sul fenomeno dell’odio razziale.

E proprio nelle ore antecedenti alla pubblicazione di questo post il movimento ha centrato l’importante obiettivo di vedere riconosciuto da Facebook il connotato di odio razziale, ottenendo la rimozione di un commento che violava gli standard della comunità, sulla pagina Facebook Lega – Salvini Premier. E, in effetti, andando a leggere i commenti non c’è alcun dubio che questi rientrino nei canoni individuati dall’Osservatorio Vox per la definizione dell’odio razziale.

E’ bene ricordali per completezza. Secondo lo studio Hate Speech Annotation: Analysis of an Italian Twitter Corpus, dell’Università di Torino, le dimensioni che caratterizzano l’hate speech sono quattro:

  • Aggressività: ad esempio nuova invasione di migranti in Europa (debole) / Cacciamo i rom dall’Italia (forte)
  • Offesa: I migranti sanno solo ostentare l’ozio (debole) / Zingari di merda (forte)
  • Ironia: ora tutti questi falsi profughi li mandiamo a casa di Renzi ??!
  • Sterotipazione: Roma in bancarotta ma regala 12 milioni ai rom

Un clima rovente e decisamente pericoloso, in cui spesso la violenza non resta isolata al contesto verbale ma trova sfogo nel mondo reale, come nel recente episodio di aggressione ai danni di tre migranti a Palangiano, nel tarantino.

Secondo diverse ricerche, tra cui Ipsos-MORI, PEW Research Center, Osservatorio delle Nazioni Unite, è possibile tracciare un chiaro identikit dell’intollerante ovvero:
– medio bassa istruzione
– medio basso reddito
– precarietà lavorativa percepita o reale
– insoddisfazione generale per la propria vita, percepita o reale

e, in effetti, il profilo-tipo che risponde alla propaganda su base razziale collima perfettamente e non manca di rispondere all’appello.

Ora è tempo che la società civile torni a far valere la propria voce, e la iniziativa di Cara Italia è, decisamente, in questa direzione.

-> Vai alla pagina Facebook  di Cara Italia

-> Vai all’approfondimento sull’odio in rete (Osservatorio dei Diritti)

-> Vai agli approfondimenti sull’Analfabetismo Funzionale

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Quale educazione per questi figli?

Dopo una pausa di riflessione, il blog torna con l’interessante libro del Dott. Claudio Gerbino, psicologo e psicoterapeuta, direttore del Centro Koinè di Psicologia e Scienze dell’Educazione: “Quale educazione per questi figli? La psicopatologia nella famiglia e nella società”. I temi trattati nel libro sono estremamente attuali e oggetto anche di aspre polemiche: per chiarezza è importante precisare che questo è un libro di psicologia e di pedagogia, non di politica o sociologia, che tratta di aspetti clinici con un ben documentata visione psicopedagogica, scritto da un addetto ai lavori con esperienza quarantennale.

Una lettura illuminante, soprattutto a ridosso degli eventi connessi ai (mancati) respingimenti in mare e all’avvampare delle polemiche connesse, inevitabilmente condite da un linguaggio a dir poco colorito, se non proprio violento. Tanto che viene il dubbio che i gruppi sociali più prossimi e più importanti per l’individuo, famiglia, società, stiano scivolando verso un delirio collettivo difficilmente arginabile. Questo libro analizza, con dovizia di particolari, in modo asettico e sempre ben documentato da amplissime fonti bibliografiche gli aspetti psicopatologici di famiglia e società e l’effetto che questi hanno sulla educazione dei nostri figli.

Il motivo di questa lunga pausa di riflessione, circa tre settimane, è che stavolta il blog pubblica una recensione raccolta in modo particolare: usando i Social Network come piattaforma di lettura condivisa.

Il testo è molto ampio e parte dalla discussione sulla famiglia, attraverso una serie di episodi che mostrano l’effetto della cultura attuale sui nostri figli. A questo tema è dedicato primo capitolo che, attraverso l’esperienza clinica, si rivela importante fonte di riflessione. Nei capitoli successivi, mirati alla analisi dei modelli familiari, si discute del processo di trasformazione da figlio a genitore, padre e madre, che coinvolge gli adulti e che non sempre matura nella direzione di una piena consapevolezza.

I capitoli successivi si concentrano sui modelli educativi, collocati sia nel contesto dei sistemi sociali in generale che nella nostra società, specificamente. L’impatto prodotto dalla forte spinta al profitto che guida la nostra società, in particolare dall’assetto capitalistico così come interpretato oggi dai paesi avanzati (Stati Uniti in primis). La cultura del profitto ad ogni costo ha implicazioni ad ampio spettro, tra cui la trasformazione della scuola in azienda, con obiettivi da raggiungere e non con i nostri ragazzi al centro, produce effetti drammaticamente forti sulla nostra società, tanto da incidere nei comportamenti e sul benessere nostro e dei nostri figli, con effetti assimilabili alla vera e propria psicopatologia. Il libro si addentra con dovizia di particolari su quali e di che tipo sono questi effetti patologici.

Come è possibile rimediare? Il Dott. Gerbino, in un capitolo apposito, analizza espressamente il sistema di valori attuali, che deve recuperare innanzitutto la relazione con i nostri figli, il riconoscimento dei loro bisogni e il loro indirizzamento mediante un sistema, appunto, valoriale.

Dalla lettura condivisa sui social sono emersi spunti piuttosto interessanti, ad iniziare proprio dalla morte annunciata delle competenze. Anche il testo del Dott. Gerbino cita “La fine della competenza “ (Tom Nichols, Luiss press) con una analisi del termine “elitaristi”, oggi in voga negli USA. In Italia una sua declinazione è “buonisti”, usato dalle persone di basso reddito e/o bassa istruzione per indicare le persone istruite che non condividono le opinioni popolari, spesso prive di qualsiasi fondamento fattuale. Nel libro si analizza il perché la persona di bassa istruzione diventa ostile, principalmente a causa della differente posizione sociale che ha rispetto alle persone istruite (emblematicamente rappresentata dal tanto invidiato “Rolex”). Un fenomeno transnazionale che deve far riflettere e che, come prevedibile, ha suscitato polemiche interessanti anche nella lettura condivisa. L’idea che l’esperienza comune possa prevalere sullo studio approfondito è una trappola in cui cadono in molti.

Alla base di questo fenomeno sta il fatto che, per la grande massa, “uno vale uno”. E’ il fulcro del grande inganno della manipolazione in chiave populista: ci si rifiuta di riconoscere che un fatto è inesistente ed è meramente frutto della comunicazione elettorale, come l’inesistente  danno conseguente a vaccino o la presunta “invasione islamica”, accusando chi propone dati reali di “antidemocraticità”. Come se negando le false convinzioni si “annullasse la volontà del popolo”. Il circolo di “amici” dei social sa che la statistica e la matematica sono strumenti del mestiere di chi sta scrivendo. Eppure proprio lo scrivere sui social – da professionista quindi esperto del settore e con dati alla mano – che l’immigrazione non è un problema è un gesto vano. Anche il Dott. Gerbino si sofferma sul devastante impatto del crollo di fiducia nelle figure competenti. L’opinione del singolo, specie a mezzo social, è immune a qualsiasi analisi approfondita.

Nei capitoli dedicati alla famiglia si trovano elementi di riflessione a iosa, prendiamo ad esempio quello della discussione sui modelli deviati, come nel caso dei “trapper” di cui molti genitori si lamentano. La domanda chiave che il Dott. Claudio Gerbino pone è sul ruolo di esempio e sui modelli educativi che noi stessi genitori rappresentiamo. Come mai i nostri figli hanno bisogno si ascoltare il trapper di turno? Il nostro modello educativo fornisce una alternativa solida, cioè basata su educazione, cultura, accoglienza e tolleranza? O il nostro esempio è altrettanto sprezzante, violento e intollerante ? Per fugare ogni dubbio, basterebbe rileggere alcuni nostri post sui social network, il fenomeno ormai noto dell’odio in rete.
Il linguaggio usato da noi genitori, anche e soprattutto sui social, come già discusso nell’articolo su LidiMatematici sui risultati di una precedente ricerca del Dott. Gerbino è infarcito di odio e violenza ed è tipico dei pazienti affetti da gravi disturbi della personalità.

L’educazione dei nostri figli non è solo violenta a parole: quante volte leggiamo sui social “con due schiaffi risolvi tutto”, parlando di strumenti educativi. Una aberrazione che sta nuovamente prendendo piede nell’era di Facebook. Nel capitolo dedicato alla famiglia, il Dott. Gerbino espone e motiva un serio monito sugli aspetti psicopatologici di questo comportamento educativo, frequentemente associato a bassa istruzione.

Questi elementi guidano direttamente verso una inevitabile deriva populista in cui il sentire comune del popolo scivola verso assetti molto prossimi ai regimi del passato. Il testo analizza, con dovizia di fonti bibliografiche, le conclusioni degli studiosi dei totalitarismi, che individuano alcuni fattori chiave, comuni a tutte le dittature:
– leva sulla apatia politica della massa
– tendenza ad individuare L’”uomo forte”
– delega del potere a minoranze aggressive
– eliminazione della solidarietà sociale in favore dell’ “uomo forte “

Questi elementi ricordano molto da vicino la situazione in diversi paesi europei, Italia in prima fila, originati proprio da un assetto culturale ormai radicato nel singolo.

A questo proposito, il libro si sofferma sulle riflessioni di Adorno e sulla esperienza clinica dell’autore, in particolare sui tratti comuni della persona nostalgica e desiderosa dell’uomo forte. La analisi dello psicologo parla da sola: deficit del funzionamento adattivo, della percezione della realtà, distorsione cognitiva, mancata elaborazione delle emozioni, scarsa empatia, narcisismo, egocentrismo. Impossibile riassumere il contenuto di un capitolo molto denso, ma è piuttosto interessante il modo laconico in cui sono state recepite, nella lettura condivisa sui social, queste osservazioni. Pur essendo basate su dati clinici, supportate da evidenze sperimentali e corredate delle opportune fonti bibliografiche, sono state recepite sulla base di un pregiudizio espresso in modo piuttosto laconico : “zozzerie“.

Gli addetti ai lavori, studiosi della società e della persona, si interrogano sul perché la massa si lasci manipolare così facilmente e non riesca più a distinguere i contenuti reali dalle menzogne. La discussione sui social a proposito dei tratti salienti della “personalità fascista” è stata espressamente condotta citando Adorno, un gigante della filosofia. La platea social non ha battuto ciglio, come se fosse stato citato un autore qualsasi: una deriva impietosa della nostra società. La analisi del Dott. Gerbino mostra come questo comportamento sia il frutto di una manipolazione diretta a spingere al massimo le capacità di profitto dei sistemi produttivi moderni, basati sul “turbocapitalismo”, imperdibile a tale proposito il contributo nel testo da Moises Naim. Vi invitaimo a leggerlo.

La violenza verbale, la rabbia, l’odio (alimentati da una massa dal livello culturale basso e da un tasso di analfabetismo funzionale che sfiora il 50%), la percezione distorta  che imperversano nei nuovi media è frutto di un condizionamento latente e costante, che non solo subiamo, ma che si riflette inevitabilmente sull’educazione dei nostri figli. Con conseguenze disastrose. Un monito degli addetti ai lavori da non sottovalutare.

Ma come uscire da questo empasse culturale? A questo tema è dedicato il capitolo sul recupero dei valori. Attraverso un attento lavoro di riconoscimento dell’altro, in particolare dei bisogni educativi e di sviluppo dei nostri figli, in accordo con le fasi evoliutive della loro età, è possibile tornare ad un assetto in cui l’attenzione all’altro e il suo riconoscimento giocano un ruolo centrale.

Il Dott. Gerbino sottolinea che i modelli educativi sono la espressione del sistema sociale in cui gli individui sono collocati e quando questi si rivelano inadeguati è perché è il sistema sociale ad essere inadeguato rispetto al soddisfacimento dei bisogni umani. Un perfetto circolo vizioso che si autoalimenta: il modello educativo deriva dal sistema sociale, che pretende e impone un modello educativo funzionale al sistema stesso.

Di qui l’importanza, tra le altre cose, di un recupero della cultura umanistica, tale da “rimettere al passo” la visione eccessivamente tecnologizzata della nostra società, oggi rispondente solo ai bisogni indotti da essa stessa, con una corretta ricollocazione della persona al centro.

 

-> Vai al Centro Koinè

-> Vai alla recensione di Sono Figli Vostri, di C. Gerbino

-> Vai all’approfondimento sull’odio in rete (Osservatorio dei Diritti)

-> Vai agli approfondimenti sull’Analfabetismo Funzionale

-> Vai agli approfondimenti sulla ricerca IPSOS-Mori

-> Vai all’approfondimento su “The Death of Expertise”, di Tom Nichols

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