Un esperimento illuminante: scarichiamo i nostri dati personali da Google

Nel post precedente abbiamo posto l’accento su quanto siano delicate e riservate le informazioni registrate dai giganti del web: ci siamo focalizzati su Facebook, scaricando tutti i dati privati che abbiamo condiviso con il Social Network d’eccellenza.

Il risultato di questo piccolo esperimento è stato sorprendente, non solo Facebook utilizza i nostri dati personali, ma li conserva per un tempo indefinito.

In questo post conduciamo un esperimento analogo, stavolta dedicato al colosso Google.

Per accedere al proprio pannello di controllo, occorre seguire il link al Google Dashboard, curiosamente solo in inglese, cliccando sul link “Download your data”. Al solito, occorre attendere l’e-mail di conferma con il link per scaricare i propri dati personali.

Pronti? Esaminiamo assime cosa registra e, soprattutto, conserva il colosso di Mountain View.

Luoghi: data, ora e luogo dei luoghi ove vi siete recati, registrati tramite il GPS del vostro smartphone. Tramite la cronologia è possibile ricostruire tutti i vostri movimenti, da quando accendete i cellulare a quando lo spegnete, nel tempo, fino al momento in cui è stata abilitata. Per ogni giornata è possibile ricostruire il tracciato GPS dei vostri spostamenti, visualizzandolo sulla mappa. Il sistema deduce automaticamente se vi state spostando a piedi o in automobile, per ora non sembra comprendere se gli spostamenti vengono effettuati mediante altri mezzi (barca, aereo).
Roba da far impallidire Sherlock Holmes.

Navigazione Web: i bookmark, la storia delle ricerche in internet, i file audio con le ricerche vocali anche non relative a ricerche web in senso stretto (ad esempio, SMS).

Calendario: tutti i vostri appuntamenti, corredati delle relative informazioni di contatto, luogo, data e ora.

Contatti: la rubrica dei contatti con tutte le informazioni a corredo che avete inserito (telefono, indirizzi geografici e web, e-mail e così via).

e-mail: tutte le vostre e-mail.

Attività: tutte le interazioni che avete avuto con la piattaforma Google e con i servizi associati, annunci visitati, libri letti, pagine vistitate, app installate, richieste di assistenza, ricerche testuali, di immagine e vocali, file audio mp3 di ogni volta che avete detto “ok google”, shopping e video YouTube visualizzati.

Drive: file registrati nel filesystem in cloud Google Drive.

Profilo: informazioni di profilo, chiaramente fornite da voi. Tipicamente, queste informazioni sono molto più scarne che non quelle contenute in Facebook, tuttavia dall’incrocio delle due piattaforme è possibile avere un quadro estremamente chiaro del profilo personale di ciascuno di noi.

Hangouts: ancora poco usata, la piattaforma Hangouts di Google è una vera e propria alternativa completa di Skype, che consente non solo di chattare via testo, ma di effettuare videoconferenze con condivsione dello schermo. In questa sezione trovate tutti i dati relativi alle vostre attività.

Tasks: anche questa è una funzionalità ancora poco usata, ma in linea di principio estremamente utile da un lato e altrettanto importante per il tracciamento comportamentale dall’altro. Essenzialmente una to-do-list, che consente di censire le attività da compiere, il loro stato di avanzamento e le relative informazioni di corredo, fino al completamento.

La cosa interessante è che per difendersi da questa invasione di privacy basta davvero poco, in semplici tre mosse:

  1. disabilitiamo la geolocalizzazione del nostro smartphone, salvo riattivarla quando strettamente necessario
  2. dal nostro browser, effettuiamo la disconnessione dal nostro account Google, in modo da navigare in forma privata
  3. su YouTube, effettuiamo la disconnessione in modo da visualizzare i video in forma privata

in questo modo le informazioni raccolte da Google sono sensibilmente ridotte, e restano circoscritte alle e-mail, la rubrica e i file su Google Drive. In alternativa, sempre dal Google Dashboard, è possibile disabilitare ogni servizio in modo selettivo, rinunciando però ai vantaggi che questi offrono.

Dedicheremo un post dettagliato proprio al tema della difesa della nostra privacy, concentrandoci espressamente su Google e Facebook. Non c’è dubbio che le informazioni che condividiamo con Google siano davvero in grado di tracciare un profilo completo della nostra persona:  è imperativo essere coscienti di quanto stiamo letterlamente regalando ai colossi del web.

-> Vai al tuo Google Dashboard

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Un esperimento illuminante: scarichiamo i nostri dati personali da Facebook

Tempi duri per i giganti del web: Facebook e Google sono sotto il mirino per l’uso eccessivamente pervasivo e mirato dei nostri dati personali. Ma sapete il vero problema qual è? E’ che, noi utenti, non ci rendiamo davvero conto di quanto sensibili e private siano le informazioni che condividiamo – sarebbe meglio dire regaliamo – ai colossi del terzo millennio.

Da buon blog di istigazione alla conoscenza, vi proponiamo un esperimento facile facile per renderci conto di cosa stiamo condividendo della vostra vita con gente che nemmeno conosciamo. Non c’è altro modo che constatatare toccando, letteralmente, con mano. Divideremo l’esperimento in due puntate, una dedicata a Facebook, l’altra dedicata a Google.

Iniziamo con Facebook, accedendo alla pagina delle impostazioni, e poi cliccando su
Scarica una copia dei tuoi dati su Facebook. A questo punto Facebook preparerà un download di tutto quello che avete condiviso con la piattaforma, da scaricare in un unico file compresso. Il processo non è immediato, ci vorranno alcune ore: al completamento riceverete una e-mail con il link per scaricare il malloppo.

E proprio di malloppo si tratta, al termine del download e della decompressione vi ritroverete con una cartella di alcune centinaia di megabyte, contente una quantità di dati che fanno davvero riflettere, li vediamo uno ad uno.

Informazioni personali: il vostro nome, cognome, e-mail, data di nascita, situazione sentimentale (include ed estende lo stato civile), livello di istruzione, impiego, hobby, i vostri gusti musicali, libri, film, serie TV e altre informazioni relative a cose che vi piacciono (persone, luoghi, attività cui avete dimostrato interesse).

Annunci Pubblicitari: tutti gli annunci pubblicitari che avete cliccato e gli inserzionisti che hanno ricevuto le nostre informaioni di contatto, cioé i dati personali come nome, cognome, e-mail, con cui raggiungerci.

Applicazioni Installate: la lista delle applicazioni con cui Facebook si è collegato e che hanno usato Facebook come piattaforma di identificazione, cioè che attesta la vostra identità personale, su tutti i vostri dispositivi: computer, smartphone, smart TV, tablet.

Contatti: la lista completa dei vostri contatti, incluse le e-mail. E’ stata una sorpresa constatare che questa lista non include solamente i contatti di Facebook, ma anche i contatti della rubrica non necessariamente presenti su Facebook, raccolti attraverso tutti i dispositivi atti a memorizzare contatti, appunto. Siano essi computer, tablet o smartphone.

Eventi: la lista degli eventi cui avete dimostrato interesse, corredati di data, ora e luogo ed eventuale conferma di partecipazione.

Amici: la lista completa degli amici di Facebook e della data in cui avete stretto amicizia. Tutte le richieste di amicizia che avete inviato e che non hanno avuto risposta, tutte le amicizie che avete rimosso, i vostri follower e chi seguite. Tutti corredati delle relative date.

Messaggi: tutti i messaggi che avete inviato, ordinati per amico e corredati di data e ora.

Foto: tutte le fotografie che avete pubblicato, corredate di data ora e album di appartenenza.

Luoghi: i luoghi che avete creato, per fortuna Facebook non mantiene traccia di quelli che avete visitato. A questo ci pensa Google, come vedremo nel prossimo post.

Poke: una scempiaggine per fortuna in disuso. Sono gli amici a cui avete “bussato” sulla spalla. Me ne sono trovati tre, nonostante neanche pensassi di averlo fatto.

Informazioni di Sicurezza: ogni volta che vengono effettuate modifiche all’account, Facebook memorizza un record di informazioni contenente, nell’ordine: data di creazione, di aggiornamento, indirizzo IP, browser e cookies.

Timeline: il vostro diario, dalla notte dei tempi, cioè dalla data di registrazione a Facebook ad oggi. Tutti i like che avete messo, tutti i commenti, stati che avete pubblicato, tutte le persone che hanno commentato i vostri post, che vi hanno fatto gli auguri. Insomma, tutte, ma proprio tutte, le interazioni con il vostro diario.

Video: tutti i video che avete pubblicato, corredati di data e ora.

La quantità di informazioni personali che tratta Facebook è indubbiamente notevole. Ci sono molti risvolti che meritano attenzione, il primo è il più ovvio: Facebook utilizza tutte queste informazioni, in grado di caratterizzarci in modo molto preciso.

Il secondo è un filo meno ovvio, ma più preoccupante: Facebook conserva le nostre informazioni per un periodo indefinito. E sebbene la legge sulla privacy consenta di accedere ai dati personali, la stessa stabilisce che non possiamo richiederne la cancellazione una volta che chi li detiene ha ricevuto la nostra autorizzazione esplicita.

Il terzo è ancor meno ovvio e ancor più preoccupante: tutti i dati che abbiamo fornito non hanno valore solamente per il dato in sé, ma per le informazioni che, incrociati con i dati degli altri utenti, possono generare. Utilizzando le tecniche di Predictive Analytics è possibile determinare, ma è solo un esempio, il vostro orientamento politico, religioso e sessuale, prodotti e servizi a cui potreste essere interessati e molto altro.

La cosa più interessante di tutta questa vicenda è che noi stessi abbiamo autorizzato Facebook a trattenere i nostri dati e, eventualmente, a comunicarli a terzi: come a dire che se ora ci abbiamo ripensato, ormai è troppo tardi. Noi utenti, forse, abbiamo tuttavia una speranza: il nuovo regolamento europeo che entrerà in vigore a maggio, o GDPR.

Ci torneremo su.

-> Sperimentate voi stessi accedendo al vostro Facebook Settings

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La verità? Facebook non ruba i dati, anzi: ne inventa di nuovi. E con il nostro consenso.

Ad una settimana dal clamore del presunto “furto di dati” da parte di Facebook, vale la pena soffermarsi con attenzione su quanto accaduto. I fatti li conoscete già: la società Cambridge Analytica, fondata dal miliardario Robert Mercer, con forti agganci con la destra ultraconservatrice americana a supporto di Donald Trump, ha realizzato una App che, connettendosi con il profilo Facebook, ha registrato i dati personali contenuti nella piattaforma social. E poi li ha usati per azioni di marketing politico mirato.

E’ una storia esemplare per certo un numero di motivi: le diverse sfaccettature che presenta, ed i punti di vista da cui può essere analizzata, meritano riflessione.

La prima cosa che colpisce è l’importanza e la pervasività dei social network. Dall’avvento dei social in generale e di Facebook in particolare, siamo tutti interconnessi. Ricordate la storia dei sei gradi di separazione, ovvero che bastano sei collegamenti successivi per connettere una qualsiasi cosa, persona o concetto ad un altra? Ecco, per le persone connesse mediante Facebook, secondo uno studio autonomo del 2011 ad opera di un gruppo di studenti dell’Università di Milano, il grado di profondità medio è sceso a 4,7. Per la precisione, con soli quattro collegamenti si può raggiungere il 92% degli utenti di Facebook, a partire da uno qualsiasi di loro.

La vicenda Cambridge Analytica è emblematica: da circa 257 mila download di applicazione a 50 milioni di nominativi e dati personali, ottenuti connettendo gli “amici degil amici”.

Il secondo aspetto è normativo: chiaramente le persone che hanno installato l’App di Cambridge Analytica, un quiz apparentemente innocuo, non avevano consapevolezza dell’importanza dei dati personali per chi li stava acquisendo e di quale utilizzo potessero in realtà avere. La vicenda sfrutta una falla normativa, appunto, che fino al 2014 consentiva la raccolta di dati personali, rete di amicizie compresa, e la loro comunicazione a terzi, a fini diversi da quelli strettamente connessi con l’erogazione del servizio. Non è quindi vero che i dati siano stati rubati, al contrario sono stati raccolti in modo del tutto lecito e, ancor peggio, con il beneplacito di chi li ha forniti, ovvero dell’utente finale.

C’è un’altro lato della medaglia normativa che merita attenzione: la raccolta di dati è stata possibile grazie al fatto che Facebook si è posto come garante dell’identità dell’utente. Quante volte, per semplicità, scegliamo l’opzione “autenticati con Facebook”, al posto di creare un nuovo user name. Così facendo Facebook si pone tra noi e il fornitore del servizio come garante della nostra identità. Una facoltà che, fino a pochi anni fa, era esclusivo appannaggio degli stati sovrani, gli unici autorizzati a rilasciare i documenti di identità.

E qui veniamo al terzo aspetto: quello culturale. Che ci piaccia o no, la partita dell’era dell’informazione è estremamente complessa e si gioca tra tre grandi capisaldi: quello della competenza, della conoscenza e della consapevolezza.

Noi tutti siamo talmente avvezzi alla tecnologia da essere convinti che la nostra capacità di usarla, il nostro grado di competenza, sia sufficiente a garantirci di saperla usare bene. Eppure pochi di noi sanno cosa c’è “sotto al cofano” veramente, cioè hanno conoscenza anche solo superficiale della tecnologia dell’informazione. Quanti di noi sanno come funzionano le reti di computer? E il Cloud? E “the Internet of Things”? Quanti di noi sanno cosa è un Firewall? O la teoria matematica dietro alla correzione di errore? O in che formato vengono registrati i dati?

Ancora: quanti di noi sono consapevoli dell’impatto sociale che hanno le nuove tecnologie?  Si potrebbe continuare per ore a far domande. E’ stato uno shock apprendere che, in alcuni casi, le tecnologie danno dipendenza, o che si può soffrire di bullismo da internet. Il caso di Martina dell’Ombra/Federica Cacciola è stato emblematico: è possibile fabbricare una identità digitale e costruirci sopra un caso di successo, fidando proprio sui meccanismi esterni agli stati sovrani, in grado di sancire l’esistenza della identità digitale che abbiamo inventato.

E’ innegabile che se avessimo avuto conoscenza e consapevolezza, oltre che competenza, lo scandalo Facebook dei “dati rubati” (che rubati non sono) non sarebbe mai accaduto. Così, mentre da un lato abbiamo gli uomini, convinti che il proprio “essere utenti” nell’era dell’informazione li renda liberi di essere e di esprimersi, dall’altro abbiamo il quarto fattore: quello delle macchine, e delle intelligenze artificiali.

Eh sì, perché mentre da un lato internet rende gli umani dipendenti dall’informazione, e spesso anche ottusi da questa, dall’altro le macchine sono in grado di produrre conoscenza proprio dalla stessa informazione. Basta un giro in metropolitana per rendersi conto dell’effetto perverso della disponibilità del dato sulla psiche umana: eserciti di “scorritori di bacheche” professionisti, che anziché usare il web per arricchire il proprio bagaglio culturale, se ne drogano – letteralmente – restando così per ore a spulciare tra profili con messaggi insulsi e improbabili giochini in cui bisogna inanellare perline, parole o caramelle che siano.

Ed è in questa piega che il nuovo soggetto pensante del terzo millennio sta prendendo forma: la macchina. Con gli algoritmi di Machine Learning, Predictive Analytics, Cognitive Computing le macchine sono in grado di costruire informazione dall’informazione. Proprio in questo recesso Cambridge Analytica ha costruito il proprio successo: sul dato creato dal dato stesso e sulla informazione che rappresenta.

Da esperto del settore, devo dire che quanto accaduto è veramente preoccupante. Cosa farei io con i dati di 50 milioni di utenti? Solo come antipasto: con una Cluster Analysis troverei omogeneità comportamentali, di orientamento politico e commerciale. Con la Sentiment Analysis caratterizzerei il linguaggio delle persone, per intercettarne l’umore e indirizzare i messaggi politici e commerciali proprio verso la popolazione più debole.

Ed è proprio questo che è successo con l’”affaire Facebook”: informazione desunta (gli esperti dicono inferita) da informazione, comunicazione mirata (sempre gli esperti la chiamano micromarketing). Siamo alle soglie di un futuro dove Internet giocherà un ruolo fondamentale, con una grande massa di umani sempre più ottusi, tranne una ristretta oligarchia sempre più intelligente e, viceversa, tante macchine sempre più intelligenti e poche ridotte a piccoli servizi accessori.

Ma la chiave per uscirne è sempre la stessa: consapevolezza, conoscenza, coscienza. In un solo termine: cultura. Intanto, per sicurezza, meglio farsi un giretto tra le impostazioni della privacy di Facebook.

Non si sa mai.

 

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Cannabis, giovani e mercato: una analisi con dati scientifici a supporto

E’ un tema poco trattato e spesso condito da commenti personali e privi di riferimento scientifico, quello della liberalizzazione della cannabis. Così come poco trattato con strumenti a supporto nel merito è il quadro generale che dipinge la relazione tra cannabis e giovani.

Dal punto di vista della legge, nel 2007 l’allora Ministro della Sanità Livia Turco ha regolamentato, con decreto apposito, l’utilizzo terapeutico della Cannabis. L’ulteriore riconferma del Ministero della Salute 2015, a guida Beatrice Lorenzin e, infine, l’apposito decreto del maggio 2017 hanno infine stabilito un quadro normativo entro cui poter produrre, vendere ed acquistare la cannabis legalmente.

Un passo importante perché innanzitutto si normano i limiti di legge del THC, il principio responsabile degli effetti psicoattivi, regolamentato ad un limite pari allo 0,6%. La risposta del mercato non si è fatta attendere, e alla Fiera Internazionale della Canapa a Casalecchio sul Reno, l’anno scorso, è stato presentato EasyJoint, una variante di canapa con limiti bassissimi di THC ma alti livelli di cannabidiolo. I produttori assicurano, quindi, un effetto “calmante” senza gli esiti caratteristici, collaterali, del consumo di cannabis ordinaria.

In una intervista apparsa in Wired di Marzo 2017, il direttore dell’istituto di chimica molecolare del CNR Vincenzo di Marzo, spiega che il contenuto di THC regolamentato per legge è oltre che dimezzato rispetto all’erba consumata ai tempi del boom di 50 anni fa, e 30 volte inferiore che non nelle sostanze più pesanti, sinteticamente arricchite, in commercio nel circuito illegale oggi.

Con la disponibilità del prodotto si moltiplicano quindi i negozi, o growshop, di cannabis legale, praticamente quadruplicati negli ultimi 10 anni, con circa 400 unità sul territorio nazionale. A fare la differenza è però l’orientamento del negozio, cioé lo scopo commerciale: i growshop di oggi propongono prodotti per la coltivazione, la vendita di fibre tessili e per il consumo alimentare. Insomma, la cannabis legale oggi non si può solo fumare, ma anche mangiare o usare per realizzare borse.

Prodotta da chi? Da oltre 80 aziende nate in territorio italiano proprio a seguito della apertura all’uso terapeutico del maggio 2017.

Secondo i titolari dei negozi di canapa legale, la clientela tipo non è giovanissima: oltre il 90% è nella fascia over 25, con una buona percentuale proprio negli over 55. E’ un dato dichiarato con risvolti interessanti, che getta un ponte rispetto all’era “woodstock” degli anni sessanta e settanta. Dato però in controtendenza con le statistiche ufficiali (vedi grafico comparativo dei consumi nei giovani in Europa, a destra).

La legge pone dei limiti fondamentali per la tutela della salute, infatti il parere della scienza è unanime: l’assunzione di alto contenuto di THC ha effetti nocivi. Paolo Garante e Gian Mario Uniola, in Scienze Foresi n.1 del marzo 2015 propongono una analisi scientifica che parla chiaro: il THC è responsabile degli effetti psicoattivi, poiché transita rapidamente dai polmoni al cervello e si lega alle cellule nervose influenzandone la funzione.

Cosa si intende per alto contenuto di THC? L’Osservatorio Europeo sulle Droghe e Tossicodipendenze, nel 2014, ha valutato il contenuto di THC nelle droghe illegali, stabilendone un range che va dal 2 al 18% per l’hashish e dal 3 al 14% per la marijuana. Ad essere responsabili dell’aumento del tasso del principio attivo sono anche le droghe sintetiche, herbal mixtures o smart drugs, ottenute con procedimenti chimici appositi. Una vera truffa nell’illegalità, perché la sostanza venduta è, di fatto, artificiale in buona parte.

Lo stesso articolo dipinge un quadro del consumatore medio all’interno della popolazione generale tra i 18 e i 64 anni, rappresentato dalla indagine nazionale GPS-DPA (Global Population Survey del Dipartimento delle Politiche Antidroga), nel 2012: almeno il 21% della popolazione ha provato almeno una volta droghe nella vita con una netta prevalenza, per la popolazione italiana, nell’uso della cannabis.

Il consumo di droghe ad alto contenuto di THC produce un vero e proprio processo di neuroadattamento: ovvero il cervello si adatta, cambiando la propria struttura, alla sostanza che assume. Le alterazioni neurologiche hanno impatti cognitivi, ovvero sulle funzioni di apprendimento, ragionamento e memorizzazione e motivazionali, ovvero sulle spinte comportamentali che ci sostengono e dirigono nella vita di ogni giorno ad individuare e realizzare obiettivi legati al comune sostentamento (mangiare, lavarsi, vestirsi, lavorare o studiare).

La ricerca di Carter, Hall e Nutt- riporta lo studio- mostra come l’uso di droghe produca un apprendimento di fatto rinforzato nel cervello, che aumenta sensibilmente il senso di gratificazione, a scapito di quello percepito dalle attività ordinarie. Vale a dire: chi assume sostanze è molto più gratificato che non svolgendo le attività quotidiane.

E’ importante sottolineare che nel novero delle sostanze che provocano questo effetto rientra non solo la cannabis, ma anche alcol e nicotina, di fatto raggruppabili nello stesso ambito di analisi.

A seguito della assuzione di THC, il cervello produce una vera e propria alterazione strutturale, rilevata negli studi scientifici mediante risomnanza magnetica funzionale FMR e tomografia PET, tra cui la attivazione di alcune aree cerebrali specifiche responsabili del desiderio compulsivo, del controllo inibitorio, dei processi cognitivi, della memoria e dell’apprendimento e, infine, delle pulsioni corporee.

Alla base del meccanismo, secondo studi addizionali presentati da Garante e Uniola, sta una importante risposta nel tasso di dopamina nel cervello, di oltre dieci volte superiore che non quello prodotto dai cosiddetti “rinforzatori naturali”, ovvero da quelle attività ordinarie che ci fanno star bene, come fare sport, leggere un libro, fare una passeggiata o fare l’amore.

Le ricerche sugli adolescenti, mostrano inoltre come questi effetti siano praticamente permanenti, ovvero il soggetto non è di fatto in grado di recuperare le funzioni di adattamento, stimolo, memoria e cognitive, perse a seguito dell’assunzione di droghe.

Il quadro riportato nell’articolo, corroborato da studi svolti nel decenni scorso (Moore, Ferguson, Dionigi, Pavarin), riportano chiaramente come l’assunzione di sostanze sia un predittore efficace di effetti psicotici in giovane età, intorno ai venti anni: allucinazioni, deliri, disorganizzazione del pensiero, derealizzazione, fino alla schizofrenia in taluni casi (rischio fino a 5 volte superiore, secondo uno studio dell’Università di Maastrichte del 2011).

La derealizzazione, ovvero la sensazione di essere “altro da se”, viene confermata dagli stessi soggetti, che si percepiscono esternamente, come vivessero in una realtà distorta in cui possono osservarsi. I sintomi riportati dagli stessi soggetti trovano conferma in studi pregressi (Hall, Dagenhardt, 2009) in cui si evidenzia una netta correlazione statistica tra l’assunzione di droghe e sintomi come ansia, panico, effetti psicotici nonché un rischio maggiorato di incidentalità stradale.

Lasciamo ai lettori interessati alcuni collegamenti esterni di approfondimento.

-> Minori e Cannabis, in Scienze Forensi
-> Cannabis e psicosi
-> Una testimonianza di derealizzazione

 

 

 

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Alessandra Maiorino: da insegnante all’estero a Senatore della Repubblica Italiana

Era il 2015 e proprio in questo blog ospitammo un esempio eccellente di brain drain, il fenomeno sociale che vede l’Italia in prima fila nel novero dei paesi in cui le persone con particolari capacità sono costrette a trovare realizzazione all’estero.

L’esperienza di “Alessandra, giovane insegnante in fuga” trovò allora spazio in una ampia intervista. Oggi, Alessandra, o meglio il Senatore Alessandra Maiorino, è tornata in patria con tutti gli onori del caso. E’ una storia esemplare, da raccontare soprattutto perché in concomitanza con l’8 Marzo.

Prima insegnante di inglese al liceo in Germania, a Mönchengladbach, una grande città di 250 mila abitanti vicino Düsseldorf, poi in Qatar, Alessandra Maiorino vive una esperienza che è indubbiamente esemplare e, soprattutto, rappresentativa per la comunità. Tanto importante per la comunità che in Italia si candida per il Movimento 5 Stelle, a Fiumicino corre per il Senato. E viene eletta.

Lasciamo la parola a lei , con l’invito a leggere l’intervista del 2015, che – con gli occhi di oggi – fa davvero riflettere.

D: Senatore della Repubblica Italiana, è un titolo importante. Al di là delle denominazioni, il Movimento 5 Stelle ha un messaggio politico forte: i suoi rappresentanti sono innanzitutto cittadini, portavoce della collettività. E il caso di Alessandra Maiorino, donna, insegnante che trova realizzazione all’estero e riscatto in patria è esemplare nel suo essere, appunto, rappresentativo di un contesto generale.

R: Senatore, o senatrice, della Repubblica Italiana è davvero un titolo importante, quasi da far girare la testa. Quanto dici è assolutamente vero: nel M5S sono i cittadini che si fanno Stato a divenire deputati, senatori o consiglieri delle amministrazioni locali. Se ci si pensa, è un piccolo miracolo, che solo fino a pochi anni sembrava impossibile. Per questo è importante riflettere sull’uso delle parole.

Siamo “portavoce”, e non è una questione puramente formale, linguistica, ma sostanziale. Un eletto M5S si impegna a portare la voce dei cittadini attraverso l’applicazione del programma costruito in maniera collettiva e concordata, dal basso, dai cittadini per i cittadini. La libertà di coscienza resta, naturalmente, quello è un diritto inviolabile dell’individuo prima ancora di essere un diritto degli eletti, ma se si è in disaccordo con uno dei punti fondamentali del programma, si è fuori, e io non potrei essere più d’accordo.

Per quanto mi riguarda, rivestire questo ruolo è una gioia e un onore doppi. Proprio su
queste pagine avevo avuto occasione in passato di raccontare un pezzetto della mia storia personale e professionale. Nel 2015 deicisi di tornare in Germania per svolgere il mio lavoro di insegnante con maggiore dignità di quanto, allo stato delle cose, fosse possibile farlo in Italia.

Come sono tornata in Germania è una storia rocambolesca e al contempo significativa, ritengo. In quell’estate del 2015, infatti, una mia amica tedesca venne in Italia per trascorrere le vacanze. La incontrai e le feci la seguente proposta: ospitarmi a casa sua per un massimo di due settimane. Se in quello spazio di tempo avessi trovato casa e lavoro, sarei rimasta, altrimenti sarei tornata in Italia ad aspettare che nella casella di posta mi arrivasse una proposta di supplenza. 

Così partii, e tempo cinque giorni (dico cinque) avevo fatto due colloqui di successo con due scuole e potevo addirittura scegliere. Scelsi il Rheinkamp Gymansium di Moers, un ottimo “liceo” con forte enfasi sulle lingue straniere. Lì ho insegnato per un anno Inglese e Storia in Inglese (ciò che noi qui chiamiamo CLIL – Content and Language Integrated Learning -, e che sembra un miraggio irrealizzabile, lì è assolutamente la norma, e non solo ai livelli di istruzione più alta, ma anche negli istituti tecnici).
Dunque, per tornare a noi, avendo trovato un ottimo lavoro e una casa, sono rimasta in Germania, dove ho continuato ad insegnare fino al 30 gennaio scorso.
Io sono abituata a viaggiare e a vivere all’estero, è una cosa che amo e che ho fatto ogni volta che ho potuto. Ma non ti nego che questa volta l’ho vissuta in maniera diversa. Non è stata una scelta completamente libera. Lasciare il mio paese mi ha fatto male, lasciare l’attivismo nel M5S mi ha fatto ancora più male, perché ero e sono profondamene convinta che il M5S sia l’unica forza in grado di traghettare l’Italia fuori da questa palude entropica in cui è stata gettata da una politica egoista, elitaria, e sorda al grido di dolore dei cittadini – ma potrei dire dei popoli tutti.

Ho lasciato il mio paese per rabbia, per ribellione, per una forma di riscatto personale e professionale. Ma non ero felice in Germania. Amo la Germania e quello che può offrire in termini di rispetto dell’individuo, delle competenze, delle regole, ma non si può essere felici quando il tuo cuore è altrove.

Non ho mai perso il contatto con gli attivisti del M5S, ho naturalmente continuato a seguire gli sviluppi in Italia, partecipato alle votazioni e consultazioni online, cercato di dare il mio contributo come mi era possibile dall’estero. Per questo non potrò mai descrivere la gioia che ho provato quando ho visto sul sito del M5S che la mia candidatura alle Parlamentarie aveva raccolto un sostegno tale da consentirmi di essere tra i candidati al Senato. Il cuore mi è letteralmente saltato di gioia nel petto: la mia seconda famiglia, il M5S, mi richiamava in Italia. Non ci ho pensato un attimo, e sono corsa in Italia per partecipare alla campagna elettorale (un’esperienza entusiasmante di grande crescita personale e politica), grazie anche alla grande comprensione mostrata dal preside, che mi lasciò andare due giorni prima della scadenza naturale del contratto, e che ringrazio profondamente.

Sì, come scrivi tu, penso anche io che la mia storia sia in effetti fin qui rappresentativa di un riscatto cercato e dovuto a molti italiani. A questo proposito, vorrei raccontarti un piccolo aneddoto, se posso, legato all’inizio della mia carriera di insegnante in Germania, con la mia prima classe di studenti tutti tedeschi. A loro, uno dei primi giorni, per iniziare a conoscerci, rivolsi la classica domanda: sapete già cosa volete fare da grandi? Sai che tutti (erano 28) eccetto un paio di incerti, sapevano già esattamente cosa fare? Ricordo tutto perfettamente di quel giorno: chi voleva fare l’ingegnere informatico, chi la veterinaria, che la psicologa, chi l’avvocato. Ciò che mi colpì di più però, oltre a questa chiarezza di idee, fu il notare che nei loro occhi non vi era alcuna ombra di dubbio o paura: i ragazzi tedeschi sanno che se studiano, se si impegnano, se seguono il percorso previsto per quella determinata professione, loro quella professione la svolgeranno. Te lo ripeto: loro SANNO che svolgeranno la professione per cui si sono formati.

Sai perché questo episodio si è scolpito nella mia memoria? Perché piansi. Dovetti nascondere i miei occhi ai ragazzi perché, del tutto inaspettatamente, mi si strinse la gola e mi si inondarono gli occhi di lacrime. Mi erano venuti in mente i ragazzi italiani, quelli che ho conosciuto personalmente e i milioni che non ho conosciuto, perché a loro questo sacrosanto diritto di immaginare e programmare un futuro è stato vilmente strappato. Anzi, questo diritto è stato sostituito dalla paura, dal senso di incertezza, addirittura a volte ne ha preso il posto una sorta di rassegnazione. C’è davvero da piangere, se ci si pensa. Hanno condannato le forze migliori del paese alla resa o alla fuga. E’ inaccettabile, è una cosa che fa ribollire il sangue nelle vene.

Come ho già detto, andare all’estero a lavorare, a formarsi, a conoscere altre società e culture è un’esperienza splendida che anzi suggerisco a chiunque, giovane o meno giovane, di fare almeno una volta nella vita. Una volta lessi una definizione curiosa che però condivido in pieno: è un’esperienza che “disinfetta” la mente dal provincialismo e da quella vulgata pericolosissima secondo cui “tutto il mondo è paese”, non a caso ripetuta in genere da chi il paese non l’ha lasciato mai. Tuttavia, nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare il proprio paese per avere un futuro. Questo è un esilio, non una scelta, e gli esilii sono tristi.

Io sono tornata in Italia, ne sono felice all’inverosimile anche perché avrò l’opportunità di impegnarmi affinché tutti quegli italiani che se ne sono andati controvoglia possano tornare e avere un futuro migliore qui, e i nostri ragazzi possano vedere realizzati i loro sogni dove vogliono, anche a casa loro, se lo desiderano.

Ma sai, con una battuta, cosa mi fa sorrider di tutto questo? Che presto probabilmente, io che avevo dovuto lasciare l’Italia, siederò su uno “scranno” prima occupato da qualcuno che aveva contribuito a fare emigrare me e i nostri ragazzi, o non aveva saputo evitarlo. Questo pensiero mi provoca un’incontebibile ilarità!

Ecco perché la mia storia è rappresentativa del riscatto del paese.

 

-> Vai all’intervista del 2015

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